Nutrimenti: Tusitala
La stanza di Rodinsky
Rachel Lichtenstein, Iain Sinclair
Libro: Libro in brossura
editore: Nutrimenti
anno edizione: 2011
pagine: 430
"La stanza di Rodinsky" è l'occasione per un percorso accidentato. E un non libro costruito su diversi fattori. Per prima cosa: due autori diversissimi, Iain Sinclair è il mentore della follia londinese, il Dickens della fine del ventesimo secolo, la figura letteraria che assomma in sé il dottor Jekyll e il signor Hyde. Dotato di una conoscenza spaventosa della metropoli e degli intrecci di artisti, letterati, folli che la attraversano, sembra godere nel confondere il lettore, nell'affastellare nozioni e concetti, tracce e sospetti. Per contro, Rachel Lichtenstein non apparteneva - prima di questo libro - alla schiera dei letterati. Era stata artista. Installazioni, per intenderci. Non stupisce che quando entrò nella stanza di Rodinsky rimase folgorata. Comunque si fa presto a raccontare la storia. C'è Londra. All'interno di Londra c'è il quartiere di Spitalfields che ha ospitato l'immigrazione ebraica della prima metà del secolo scorso e quella più recente del Bangladesh e che sa di stufati e di profumi di curry. All'interno di Spitalfields c'è Princelet Street. Al 19 di Princelet Street c'è la vecchia sinagoga in disuso. Sopra la vecchia sinagoga in disuso c'è la stanza di Rodinsky. All'interno della stanza di Rodinsky c'è Londra. Cosa sia Londra è poi difficile da determinare, anche a non voler essere pindarici come Sinclair. Che cosa sia stata la Londra di Rodinsky è quanto la Lichtenstein prova a ricostruire. Ma è il mondo che vi immaginate: emigrati ebrei dall'Est.
Il turco. La vita e l'epoca del famoso automa giocatore di scacchi del Diciottesimo secolo
Tom Standage
Libro: Libro in brossura
editore: Nutrimenti
anno edizione: 2010
pagine: 306
Per tre quarti di secolo, dal 1770, quando esordì al cospetto dell'imperatrice Maria Teresa d'Austria, fino all'incendio che lo ridusse in cenere a Filadelfia nel 1854, un automa in abito da turco sfidò in Europa e negli Stati Uniti tutti i maggiori scacchisti e i più influenti personaggi politici del tempo. Tra i suoi avversari si annoverano certamente Benjamin Franklin e Napoleone, altri aggiungono alla lista Federico il Grande, Caterina di Russia, Luigi XV, Giorgio III d'Inghilterra. Persino Ludwig van Beethoven incrociò la sua strada con quella del Turco. Ma l'automa sfidò soprattutto le menti analitiche che accorrevano alle sue esibizioni: dov'era il trucco? All'interno della cattedra che il Turco dominava come un profeta biblico, c'era forse nascosto, tra mille ingranaggi, un bambino sapiente? un nano esperto? un polacco ufficiale di cavalleria privo delle gambe? O l'automa veniva comandato da improbabili congegni magnetici? Tra i molti che scrissero di lui, suggerendo le più astruse soluzioni della truffa, vi fu, nel 1836, un giovane Edgar Allan Poe. L'articolo nel quale confutava la mera meccanicità del congegno e la determinante presenza dell'azione umana - Il giocatore di scacchi di Maelzel - è uno dei primi testi dati a stampa dallo scrittore americano. In quelle brevi pagine - che si possono leggere in appendice - Poe rimase stregato dallo sguardo che aveva gettato sull'abisso, scrutando il fondo oscuro dell'inganno e quello abbagliante della sua fascinazione.
Diari antartici
Robert F. Scott, Ernest Shackleton, Edward O. Wilson
Libro: Libro in brossura
editore: Nutrimenti
anno edizione: 2010
pagine: 366
Dopo aver letto i diari d'esplorazione di questo libro, forse il lettore avrà più chiaro l'obiettivo di quell'andare apparentemente senza senso che conduce al punto estremo focalizzato al centro del continente antartico e che, al contrario di ogni altra esplorazione, non è rivolto a un luogo geografico significativo (una vetta, una foce, una sorgente, un'isola). Il punto inseguito dagli esploratori antartici è semplicemente un luogo geometrico, un punto originato dalla forma sferica della Terra e dalla cartografia. Ma è anche uno dei dati di un problema di fisica. L'altro dato, necessario per risolvere il problema, è stabilito dalla resistenza degli uomini che cercano di raggiungere quel punto. Il primo viaggio di Scott è aleatorio, sembra più il lancio di un sasso verso il cielo, per fornire dati significativi. La spedizione di Shackleton ha spostato in avanti la tensione di quell'elastico e s'è fermata a 97 miglia dall'obiettivo. Le difficoltà sopraggiunte durante il viaggio di ritorno hanno dato ragione all'esploratore che, effettivamente, aveva misurato bene le capacità e la resistenza umane. Sarebbe toccato a Scott valutare di persona quanto difficile era percorrere quelle ulteriori 97 miglia. L'ultima spedizione di Scott - qui documentata dal diario di Wilson racconta quel che Shackleton ha pensato non dovesse essere vissuto. Racconta quel che c'è oltre il limite delle capacità umane.

