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ABE

Il festival di Piedigrotta (1890-2010). Storia internazionale della canzone italiana. Volume Vol. 3

Il festival di Piedigrotta (1890-2010). Storia internazionale della canzone italiana. Volume Vol. 3

Antonio Sciotti

Libro: Libro rilegato

editore: ABE

anno edizione: 2025

pagine: 190

Questo nuova formula di spettacolo piedigrottesco va a sostituire, in maniera graduale, ma in meno di un lustro, il Festival di Piedigrotta. Si perde, così, l'agonismo della gara canora ma aumentano vertiginosamente gli interessi economici, in quanto le edizioni musicali con l'audizione impongono al pubblico in maniera più immediata le proprie canzoni che fruttano grossi guadagni sia alle case editrici che agli stessi autori, i cui contratti (spesso di esclusiva) frequentemente registrano notevoli cifre. La prima audizione viene presentata nel 1900 dall'editore Peppino Santojanni e, in meno di una decade, viene imitato dagli altri editori. Le imprese teatrali e gli impresari, con l'avvento delle audizioni, sono scoraggiati ad organizzare un festival perché viene a mancare la materia prima: la canzone. Infatti, nessun autore di prestigio invierebbe le sue canzoni ad un festival perché le possibilità di successo sono maggiori se i brani sono presentati in audizione, e poi perché i contratti editoriali lo impediscono. L'audizione ammazza il festival e riesce pure a sopravvivere per quasi mezzo secolo perché, nonostante la semplice carrellata di canzoni, riesce ad evolversi ed a mutare secondo il periodo e i cambiamenti dei gusti del pubblico. Addirittura, dalla prima metà degli anni '40 del Novecento, viene inquadrata e proposta sotto forma di rivista con il corpo di ballo, i comici, i presentatori e gli attori che recitano la satira. Nonostante il cambiamento, nelle altre città d'Italia nei primi anni dell'abbandono della formula festivaliera, si continua a richiedere la gara canora e, per questo motivo, alcuni editori, dopo aver presentato l'audizione di Piedigrotta, su richiesta, la trasformano in gara canora, come accadde nel 1907 quando Francesco Feola, dopo aver presentato tutte le canzoni della nuova produzione della casa editrice La Canzonetta al Caffè Suisse di Portici nelle esecuzioni di Elvira Donnarumma, su richiesta di Giovanni Cruciani, proprietario del teatro Eden di Roma, organizza un nuovo cast che va a sfidarsi nel locale della capitale con le stesse canzoni già proposte al pubblico napoletano. Tra le ultime richieste, quella del 1910 del cav. Repetto, proprietario del Varietès di Genova, che chiede esplicitamente agli editori Raffaele Izzo e Ferdinando Bideri di poter organizzare una sfida canora e non una semplice carrellata di nuove canzoni di Piedigrotta. Anche in quest'occasione, sia Izzo che Bideri hanno già presentato la nuova produzione e, per accontentare Repetto, selezionano le canzoni più applaudite per il festival ligure. Un gradevole ritorno della caratteristica gara canora avviene nel 1920, quando l'editore Alfredo Curatoli stupisce l'ambiente dello spettacolo presentando al pubblico il Concorso fra le donne musiciste italiane. Per la prima volta nella storia della musica in Italia viene organizzato un festival tutto al femminile. Sono, infatti, tutte donne gli autori dei testi e delle musiche delle canzoni in gara e tutte donne i cantanti del cast. L'unico uomo presente nell'intera organizzazione festivaliera è l'editore Curatoli, a cui si deve la stupefacente iniziativa. Ovviamente il festival delle donne viene totalmente snobbato e anche ostacolato, tanto è vero che non avrà futuro e questa del 1920 è l'unica edizione disputata. Nel 1947, dopo anni di assenza, fa ritorno il Festival di Piedigrotta, questa volta organizzato dalla Rai (Radio Audizioni Italiane) di volta in volta in collaborazione con l'Associazione Napoletana della Stampa, dell'E.N.A.L. (Ente Nazionale Assistenza Lavoratori), del Comitato Feste di Napoli, ecc. La formula utilizzata è quella prettamente festivaliera (come quella attuale) con la gara canora, le tre serate (di cui due eliminatorie), le qualificazioni e la classifica finale delle migliori tre canzoni.
55,00 €

Abecedario di Castellammare al Volturno. Genealogia, cognomi e toponomastica nella storia di Castelvolturno

Abecedario di Castellammare al Volturno. Genealogia, cognomi e toponomastica nella storia di Castelvolturno

Annamaria Barbato, Arturo Bascetta

Libro: Libro rilegato

editore: ABE

anno edizione: 2025

pagine: 268

Un microscopico borgo medioevale di braccianti e massari. La Castel Voltuno del 1700 non è una città. Anzi, a dire il vero, si presenta come un piccolo borgo. Così lo si deve descrivere sfogliando, pagina dopo pagina, il Catasto Onciario dell'allora Castello a Mare del Volturno. Di esso si trascrivono fedelmente le notizie essenziali con l'elenco delle famiglie numerate e riordinate per cognome del capofamiglia, anziché per nome, come nell'originale. Non siamo a grandi livelli urbanistici in quanto la nuova Via Nazionale non è stata ancora costruita e il commercio maggiore è dovuto solo al via vai verso i santuari. Ma sfogliando le pagine concentrate in quest'Appendice, si ha un'idea più concreta di cosa sia un paese del 1700, con la sua piazza, le prime strade ufficiali, la parrocchia e le altre chiese intorno a cui si riuniva la popolazione. Tutto registrato e trascritto dai deputati et estimatori che hanno redatto il Catasto consultato nella copia microfilmata a partire dal frontespizio, quando compare la scritta ufficiale: Catasto seu Onciario dell'Unità di Castello a Mare del Volturno in Prova di Terra di Lavoro. Vale a dire il libro del Catasto oppure detto Onciario relativo all'Università comune del paese di Castello, meglio definito nel luogo del Mare del Volturno, nella provincia di Terra di Lavoro. È così possibile conoscere i nomi di tutti i capifamiglia trascritti in ordine alfabetico di cognome, con relativo mestiere e composizione del nucleo familiare, seguito dal parametro dell'oncia per stabilire l'esatto valore del reddito imponibile. Seguono le rubriche delle Vedove, Vergini e Bizzoche, dei cittadini e delle cittadine assenti, dei sacerdoti reverendi, cioè dei cittadini secolari, Chiese e Luoghi pii. Seguono le ultime rubriche catastali con i Forestieri abitanti, e i Forestieri non abitanti, cioè Bonatenenti Esteri, con gli Ecclesiastici Bonatenenti Esteri e le relative chiese straniere che possedevano dipendenze e beni sul territorio. Dopo l'elenco a parte che estrapola i beni della Parrocchia, tassati diversamente in base al Concordato con la Chiesa, il tutto, viene registrato, confrontato e assommato nell'operazione di sommatoria definitiva delle tasse, che va sotto il nome di Collettiva delle once, per stabilire l'esatto importo della dichiarazione totale del reddito imponibile relativo all'Università comune di Castello. Sfogliando queste pagine, si ha la certezza che siamo lontani dai grandi industrianti, dai fabbricatore di panni ai cavapietre mariani, anche poveri, come quelli incontrati a San Benedetto di Caserta. Non compaiono neppure sbirri, come a Toro di Caserta, accosto ad un'altra figura, quella del satellite, una sorta di spia, addetto ai rapporti con la polizia. Quando anni dopo assisteremo alle ribellioni e all'invasione del Regno Borbonico, specie nel decennio seguito ai fatti del 1799, la figura del satellite sarà una delle protagoniste delle rivolte antiliberali che sfoceranno nel brigantaggio, allorquando i paesi riconquistati dagli squadroni borbonici, cioè dalla polizia militare, si dicevano presi dai satelliti che ebbero il loro rifugio segreto in Mugnano, dove si riuniranno con il deposto intendente di P.U., Mirabelli, per progettare i loro 'golpe'. È più facile reggere le redini e spadroneggiare in un piccolo casale con pochi ricchi di un certo spessore. Hanno tanto di servi propriamente detti, diremmo quelli da comando o servitori, intesi come camerieri, e anche servi di livrea, cioè in divisa, come Antonio Maturo, servente in livrea di Crotone. Spesso la divisa non era neppure di loro proprietà e veniva conservata, o anche indossata, direttamente dal signore, come nel caso di Don Francesco Grillo di Oppido Mamertino, il quale, fra i suoi beni, possedeva una lebrea di servitore ed altra di volante. Sarà pure piccola Castel Volturno, ma lavorano tutti. Del resto non vi sono neppure figli adottivi.
44,00 €

Trattorie, piatti e ricette antiche dell'Irpinia. Il Vesuvio a tavola sulla via delle Puglie. Volume Vol. 2

Trattorie, piatti e ricette antiche dell'Irpinia. Il Vesuvio a tavola sulla via delle Puglie. Volume Vol. 2

Arturo Bascetta, Annamaria Barbato

Libro: Libro rilegato

editore: ABE

anno edizione: 2025

pagine: 238

È un libro incredibile, che segue la prima edizione, divenuta icona in quanto finalista mondiale a rappresentare l'Italia delle ricette antiche dei Romani, alla mondiale del più famoso concorso mondiale. Sono storie, volti di albergatori, trattorie, nomi e cognomi, prodotti antichi della terra e ricette vere, trascritte, cucinate, assaggiate e fotografate. La possibilità di acquistare una farina migliore o un tipo di semola particolare casomai prodotto nel paese accanto e non nel proprio sono alla base della rinnovata tradizione che si sposta lungo le vie di comunicazione con Foggia, con Napoli, con Salerno. Nel circondario avellinese, più propriamente, erano Sabino Barbato, Modestino Barbato, Pasquale Di Nardo, Saverio Falcone, Giuseppe Galasso, Francesco Guarino e Sabato Urciuoli a far macinare e commerciare farina di grani teneri burrattata, pane e biscotti di prima e media qualità, pasta di farina, farina di grani teneri con crusca, pasta di semola, semola burrattata e farina di grano duro e secoma con crusca. La farina partiva poi per Napoli, Salerno, Benevento, per i paesi della provincia dove veniva utilizzata dalle prime botteghe della pasta, sparse qua e là per la strada principale di Avellino e da trattorie e bettole che cominciavano ad aprire i battenti anche nei paesi. Era facile riconoscerle in quanto vi si vedevano donne lavorare la pasta a mano con i ferretti fra le mani e le tavole tonde sulle ginocchia. Ricciolilli, Ricci alla foretana, Cannellini, Cannolicchioni, Coccetelle, Recchie di prete, Gnocchi, Laganelle e Lasagne erano le specialità delle piccole poteche di città. Ad Avellino erano conosciutissime ed apprezzate quelle di Sabino Barbato al Corso, di Consolato Capaldo nel Larghetto della Dogana, di Filomeno De Stefano in via Due Principati, di Pasquale Di Nardo a Porta Napoli, di Giuseppe Galasso a Piazza Della Libertà e di Sabato Urciuolo in Piazza Centrale. Verso la fine del 1880, più che di botteghe vere e proprie, assistiamo alla nascita diretta di trattorie, osterie e bettole. Una volta pronta, la pasta veniva asciugata davanti ai portoni, ma anche sui davanzali delle case cosicché, come oggi si spandono i panni - per dirla alla Valagara - ieri si spandevano le tagliatelle sulle canne appese alle finestre. La buonissima pasta fatta in casa prendeva soprattutto la strada della città e quella che restava era smerciata a Napoli e a Salerno nei giorni di festa. La maggior parte della pasta di cui abbiamo notizia si produceva ad Avellino in quanto era destinata a Piazza Della Libertà: alla cucina dell'Hotel Centrale di Galasso e al ristorante Della Sirena di Domenico Cristiano. Più di una erano le trattorie frequentate anche dai forestieri come Giardini d'Inverno di Domenico Nevola a via Clausura e quelle di Generoso Tino e Generoso Cucciniello in via Beneventana. La lista continua con Stanislao Festa in via Luigi Amabile, Antonio Carulli in via della Sapienza, Giuseppe Coppola a piazza Garibaldi, Nicola Cerulli al Corso. Per finire con la Trattoria del Genio in via Trinità e il ristorante Del Barone di Generoso Rosapane in via Costantinopoli. Su queste basi abbiamo la nascita di vere e proprie trattorie e la loro espansione lungo le vie principali della città e dei paesi ai piedi della montagna del Partenio dove svettano il monastero verginiano di Mamma Schiavona, quello camaldolese dell'Incoronata, quello di San Silvestro, quello di Madonna Stella. Sul versante pugliese, invece, qualche locanda nacque fra Nusco e Sant'Angelo dei Lombardi verso San Salvatore al Goleto e Sant'Amato; a Caposele, sulla via per la Madonna di Materdomini; eppoi a Montemarano per San Giovanni, a Montoro per l'Incoronata e così via. Il libro si arricchisce dei nomi di tutti i bettolieri e albergatori e baristi e trattori di tutti i paesi della provincia di Avellino, con le foto a colori di molte ricette antiche raccontate dai nonni e cucinate ancora oggi.
39,00 €

Fli tra realtà e magia

Fli tra realtà e magia

Flavio Franceschino

Libro: Libro rilegato

editore: ABE

anno edizione: 2025

pagine: 86

Quando l'undicenne Fli trova la chiave nascosta sotto una mattonella del giardino, non immagina che quel piccolo oggetto lo condurrà nel cuore del segreto più grande lasciatogli dal padre Peter, misteriosamente scomparso. Tra un'agenda di incantesimi, una pipa capace di rendere invisibili e una profezia oscura, Fli scopre che il male ha un nome: Evil Black, la creatura che ha distrutto la sua famiglia e ora vuole lui. Per sfuggire al suo destino e ritrovare la verità, Fli intraprende un viaggio verso l'enigmatico paese di Cold River, dove lo attendono lo zio Joseph, una villa piena di magie dimenticate e un lago nero abitato da mostri leggendari. Con l'aiuto del fazzoletto incantato, dell'amica strega Aras e dei ricordi del padre, il ragazzo affronta prove sempre più pericolose, fino a scoprire il tesoro nascosto che tutti cercano. Ma la ricchezza più grande non è fatta d'oro né di pozioni immortali: è nella forza di scegliere il bene, di proteggere chi si ama e di trasformare il dolore in un nuovo inizio. Età di lettura: da 7 anni.
22,00 €

Storia di Teora, Tigano e Viara: nelle terre scippate dai Balbano all'abbazia dei Franchi e annesse al tribunale dei Lombardi di S.Angelo nel 1093, a cui seguirono il Castrum degli Svevi e il comune del 1300

Storia di Teora, Tigano e Viara: nelle terre scippate dai Balbano all'abbazia dei Franchi e annesse al tribunale dei Lombardi di S.Angelo nel 1093, a cui seguirono il Castrum degli Svevi e il comune del 1300

Arturo Bascetta

Libro

editore: ABE

anno edizione: 2025

pagine: 144

La tradizione vuole che Teora, nel corso dei secoli, abbia seguito Conza nel corso dei secoli, essendo stata considerata suo casale. Si è poi capito, nel corso degli ultimi anni, che Teora potrebbe essere stato un feudo a sé, preesistente sul territorio poi detto Irpinia, laddove giunsero i Conzani, provenienti dall'antica Conson dei romani, a rifondare Conza dopo l'invasione dei Lombardi e del papa che, a far data dal 1093, rifondarono il Regno d'Italia di Pavia, liberando il Sud dai bizantini e dagli imperiali, che diffondevano il rito greco, a danno di quello apostolico e romano. Da qui la necessità di rifondare una diversa Lombardia Meridionale, cioè un nuovo principato avverso alla Langobardia Minor dei Longobardi dell'Apulia di Verola Vetere, che ebbe sede prima a Barola Nova (poi Manfredonia) e, dopo il sisma e la inviasione imperiale del 1101-18, a Baruletta, a cui aggregare una serie di nuove diocesi di esclusivo rito degli apostoli. Fu questa la nuova capitale dei Lombardi fino alla uccisione del Re Corrado a Florentia nel 1101, quando cominciò la guerra con gli imperiali sostenuti a sud da Ruggero Borsa, contro il fratellastro Boemondo di Canosa, filo bizantino, sostenitore del Principe Tancredi per la nascita del Regno di Neapolis. Solo allora Teora si ritrovò nella nascente arcidiocesi di Conza che i nuovi conquistatori, giunti dal Mare Infero, dove era anche la Conza romana descritta da Tito Livio, rifondarono la nuova città sottomessa all'arcidiocesi di Salerno. In queste pagine così ricche di eventi, l'Autore non si smentisce. Egli legge, trascrive e commenta i toponimi originari tratti dalle pergamene di oltre dieci monasteri, accompagnando il lettore nel ragionamento dello studioso incallito. È questo un libro da conservare, su cui riflettere, ogni tanto, su come così repentinamente, potevano e possono cambiare le condizioni di vita di interi popoli, ora immensi, ora ridotti a seguire un capobastone alla ricerca di un pezzo di terra per rifondare, ovunque sia possibile, la città della propria stirpe. La diocesi di Conza del Principato di Sala Consilina resterà per dieci anni sottomessa a Novas, l'urbe del Principato e Ducato di Amalfi che durerà dal 1101 al 1111, lasciando il passo poi a Salerno. Ma questo accadrà solo quando Borsa sarà assassinato perché s'era messo in testa di fare il vicario di Dio, in un regno che sarà solo del figlio dell'uomo che lui aveva ucciso: Ruggero II Altavilla. Questo succoso libretto analizza meticolosamente le condizioni della vita feudale di Teora e Conza, quando padrone dei feudi era un solo signore che darà origine alla lunga dinastia dei Gesualdo e della loro Contea. I vari Conti e nobili che si susseguirono in questa parte del Principato di Salerno, poi assoggettata ad Avellino, daranno vita a un vivace territorio di cui sono stati riassunti luoghi, mestieri e abitanti, nonché chiese, preti e benefici, della università comunale. Sono le vicende storiche della grande Diocesi conzana dei Salernitani che diede vita all'attuale Teora, i cui abitanti sono per certo i discendenti dell'antica Tegora. Arturo Bascetta, con questa sua opera, dà legittimazione e validità storica alla realtà di allora. Una ricerca, quella del Nostro, che ci fornisce una conoscenza, diretta e più vera, di momenti della storia irpina, non sempre esplorati con sistematicità e metodologie aggiornate e accurate, che termina con una nota di colore su tutti gli elettori di fine secolo, con i mestieri di commercianti, esercenti e artigiani delle arti e professioni.
39,00 €

Abusi e disabilità in età moderna: indagine sugli emarginati del Regno di Napoli

Abusi e disabilità in età moderna: indagine sugli emarginati del Regno di Napoli

Raffaele Sabatino

Libro: Libro in brossura

editore: ABE

anno edizione: 2025

pagine: 114

Colma un vuoto questo libro. Un vuoto di conoscenze su come è stata considerata e vissuta la disabilità in epoche passate. Le persone con menomazioni fisiche e mentali sono state per lunghissimo tempo marginalizzate dalla società, considerate quasi "non esistenti". Rientravano nel calderone delle difficoltà fisiche o sociali, con i poveri, gli storpi, i vagabondi, i folli, tutti mescolati in un insieme globale e confuso. Nessuna investigazione analitica, nessuna documentazione specifica ci resta. Il primo riconoscimento che la ricerca merita va dato quindi alla pazienza dell'autore che quasi con una lente da entomologo ha ricercato le tracce di ciò che in epoche passate non era oggetto di studio, intrecciando sapientemente varie tipologie di fonti. In mancanza di documentazioni e testimonianze storiche specifiche soccorrono anche testi letterari, lettere, dipinti. Viene evocato alla nostra memoria Tersite, brutto, deforme e disprezzato, disabile certamente, ma pur protagonista dell'Iliade omerica. O il quadro famoso "La parabola dei ciechi", di Bruegel il vecchio, con il corteo di storpi che sembra destinato a precipitare in un orrido abisso. Ma il lavoro certosino compiuto da Raffaele Sabatino, convalidato da una ricchissima bibliografia, ci fa conoscere tantissime esperienze molto poco conosciute con cui le società del passato hanno "rinchiuso" i portatori di disabilità. Sappiamo così, per citare solo alcuni riferimenti, degli Ospedali dei poveri, della Ruota dell'Annunziata a Napoli o degli "Incurabili" (il termine dice tutto!) sia a Napoli che a Milano, o la vicenda del "grande internamento". Ma anche ci sorprendono i riferimenti ad alcuni personaggi famosi di cui vengono evidenziati atteggiamenti quanto meno da definire borderline. Ad esempio, lo zar Pietro il grande, apprezzato per aver modernizzato con vigore la Russia agli inizi del sec. XVIII, ma autore anche di comportamenti ed atti sconvolgenti che sono da alcuni studiosi attribuiti a tratti patologici fisici e psichici. Tutto descritto con minuziosità scientifica, ma anche con partecipazione emotiva, cosicché ci immergiamo in alcune realtà vivendole empaticamente anche da lettori. E anche questo è un valore aggiunto del libro. È solo a partire dall'epoca illuministica - ci dice Raffaele Sabatino - che inizia una maggiore sensibilità verso il tema della disabilità, che non si traduce ancora in forme di inclusione, ma quanto meno di assistenza. Lo spartiacque teorico è la Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino: "Tutti gli uomini nascono e rimangono liberi ed uguali nei diritti" (1789). Grazie al nuovo clima culturale e ai progressi della scienza i soggetti di diversa abilità iniziano ad essere oggetto di studio e ci si comincia a porre il problema di come inserirli nella società. Nel binomio esclusione/inclusione il pendolo sembra finalmente pendere verso il secondo termine. E oggi? La domanda sembra scorrere sottesa tra i vari capitoli. Anche se analizzare l'oggi non è tra le finalità della ricerca, la partecipazione emotiva che innerva l'argomentazione ci spinge ad interrogarci su come stiamo oggi riguardo all'oscillazione esclusione/inclusione delle persone con disabilità. Spostandoci in avanti rispetto ai confini storici in cui si muove lo studio, possiamo considerare come nuovo spartiacque la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità (2006), il cui art.1 recita: "Scopo della presente Convenzione è promuovere, proteggere e garantire il pieno ed uguale godimento di tutti i diritti umani e di tutte le libertà fondamentali da parte delle persone con disabilità, e promuovere il rispetto per la loro intrinseca dignità". Roberta Calbi, Presidente dell'Aps "Vita attiva" - Napoli
26,00 €

Crimine e potere nel tardo Medioevo: trenta curiosi casi nazionali dell'avvocato Maranta da Venosa 1476-1535

Crimine e potere nel tardo Medioevo: trenta curiosi casi nazionali dell'avvocato Maranta da Venosa 1476-1535

Virgilio Iandiorio

Libro: Libro rilegato

editore: ABE

anno edizione: 2025

pagine: 172

Nelle manifestazioni dedicate ai libri, siano essi saloni fiere o meeting, si fanno intervenire personaggi famosi e autori noti, che discutono in pubblico di argomenti attinenti alla lettura e alle materie da essi trattati nelle loro opere. L'interesse per la lettura da parte di un pubblico vasto non deriva soltanto dall'importanza che alcuni argomenti possono avere, ma anche dal modo come vengono presentati. Le narrazioni di natura storiografica sono, in genere, considerate appannaggio degli specialisti o dei cultori di patrie storie. Il problema che mi affascina da sempre è come portare il racconto storico ad un pubblico sempre più vasto, e non esclusivamente a chi si interessa per motivi professionali o per personale passione della storia. La narrazione, la ricostruzione di fatti storici può risultare accattivante e interessante quando si portano anche all'attenzione del lettore non specialista i personaggi e gli eventi come se fossero davanti ai nostri occhi. Un poco come avviene per i film, che parlano attraverso le immagini a tutti gli spettatori, senza distinzione di età, di cultura e di sesso. Nel nostro tempo in cui spesso e volentieri l'ideale si trasforma pericolosamente in ideologia, che si fa violenta contro la tradizione e la storia in ossequio al pensiero unico e a chi lo impersona, il lavoro storiografico ci dice che non si può rinunciare agli ideali, che hanno fatto e fanno la storia; e ci conferma nella convinzione che ogni ricostruzione storica, che cerca onestamente e con la necessaria competenza la verità, è aperta ad interpretazioni diverse. Il senso dell'eredità del passato è nella consapevolezza che il tempo non è mai perduto. Non domandare: come mai i tempi antichi erano migliori del presente? poiché una tale domanda non è ispirata da saggezza.
55,00 €

Amicizie e potere sul fine Medioevo: i Castriota di Atripalda e altri casi di Eliseo Danza da Montefusco e Nicolò Franco da Benevento

Amicizie e potere sul fine Medioevo: i Castriota di Atripalda e altri casi di Eliseo Danza da Montefusco e Nicolò Franco da Benevento

Virgilio Iandiorio

Libro: Libro rilegato

editore: ABE

anno edizione: 2025

pagine: 128

Questa IV parte è tradotta dal terzo tomo del Tractatus De pugna doctorum, e non è facile reperire neppure in latino. Non si trova indicato in nessuna delle biblioteche della Regione Campania. A volte si cerca lontano, quello che invece si trova vicino. E così nella Biblioteca Provinciale di Avellino, grazie all'ausilio del qualificato personale in servizio, ho potuto leggere il brano che fece arrabbiare, se così si può dire, Scipione Bella Bona. Il capitolo è dedicato alla trattazione del laudemio, che nell'antico diritto feudale era la prestazione dovuta dal vassallo al signore ogni volta che il feudo cambiava proprietario; successivamente, indicò la somma pagata al padrone di un fondo per la concessione dell'enfiteusi o per il rinnovo del contratto enfiteutico. Scrive Eliseo Danza a proposito del laudemio:" La nostra sacra casa degli Eremiti Camaldolensi sotto il titolo "Dell'Incoronata" ha annessa l' Abbazia di San Paolo nella Civita di Avellino, che possiede altri beni nella stessa Civita, e altre parti redditizie alla medesima Abbazia, che per antica consuetudine fondata su privilegio e decreti più volte interposti da parte del Sacro Regio Consiglio e dalla Magna Corte della Vicaria è nel possesso di esigere la quarta ogni qualvolta viene venduto un bene redditizio, che noi comunemente chiamiamo la quarta parte" (7). In effetti la questione del laudemio è controversa:" La più comune obbligazione del padrone utile è quella di pagarsi il laudemio in ogni passaggio del fondo enfiteutico in altre mani diverse da quelle cui fu concesso. Esso non si deve, come altrove abbiam osservato, se non qualora siasi espressamente convenuto, ed in una somma non maggiore della quinquagesima parte del prezzo; siccome pure non deesi che in occasione di vendita o di altra alienazione delle migliorie (art. 1697). E' lecito ai contraenti stabilire una somma minore pel laudemio, ma è proibito di pattuirsi più della cinquantesima parte del prezzo (ivi). L'avvocato di Montefusco passa ad una esemplificazione:" Si può dare un esempio; poniamo che il fondo possa essere venduto al prezzo di cento ducati semplicemente per il suo valore, ma si potrebbe vendere con la neve conservata al prezzo di duecento ducati, nella raccolta della neve sono stati spesi venti ducati che dovrebbero essere detratti dal suddetto prezzo e rimane il semplice e puro apprezzo di ducati centottanta e per questi è dovuto il laudemio, non per quei venti spesi per la conservazione della neve. In caso simile se il marito avrà speso qualcosa per una cava di pietra trovata nel fondo della moglie, compensa le spese sostenute sulla porzione della questione determinata -155 n.21. (8) Sulla questione interrogato da un mio amico della terra di Atripalda, io risposi che così andava fatto; e non era opportuno sforzarsi in niente, per comprendere l'articolo: Infatti ci sono lì uomini esperti, e troppo spesso ho desiderato esporre qualcosa di essi; adesso si presenta l'occasione, e bisogna sapere che la Terra di Atripalda, che si trova descritta in antichi codici sotto alla parola Atripalda. In verità anche in altri scritti del famoso poeta Nicolò Franco, da citare successivamente, anche adesso scrive in molti punti di Atripalda D. Ferdinando de la Marra duca di Guardia (9) nelle umane lettere uomo di grande erudizione in un suo bel discorso, che per il bene della Repubblica ha dato alle stampe col titolo: le Armi nobili del Marra, nei primi tempi però passa sulla parola Atripalda e rispetto alle altre parti del Regno per diversi motivi è giudicata illustre e famosa, motivi che io ho esaminato, e mi accingo a mostrarli a quelli che non li conoscono per far acquistare notorietà nei popoli con i nostri occhi e affetto, che spero di soddisfare verso di essa e i suoi Patrizi (nobili).
55,00 €

La canzone napoletana importata da Lipsia: le audizioni e le incisioni della Polyphon in Germania (1911-1915)

La canzone napoletana importata da Lipsia: le audizioni e le incisioni della Polyphon in Germania (1911-1915)

Antonio Sciotti

Libro: Libro rilegato

editore: ABE

anno edizione: 2025

pagine: 190

La Canzone Napoletana diventa un prodotto tedesco... Massimo Weber, rappresentante della Polyphon Musikwerke a Napoli, ama la canzone napoletana e nel 1910 decide di fondare una grande casa editrice musicale che coinvolga i migliori poeti e musicisti di Napoli per creare una produzione musicale di rilievo nazionale e internazionale. Weber non si occupa solo di musica, ma rappresenta anche vari altri prodotti tedeschi. Dopo essersi dedicato allo sviluppo di un piano artistico e commerciale, il progetto viene approvato in meno di tre mesi. Per avere successo, Weber chiede aiuto a Emilio Gennarelli, esperto nella vendita di prodotti musicali. In incontri storici alla birreria Gambrinus e all'hotel Bertolini, Weber e Gennarelli riescono a ingaggiare i migliori autori e musicisti del tempo, tra cui Ferdinando Russo, che diventa direttore artistico. Le proposte economiche per gli artisti sono senza precedenti, con stipendi tra 125 e 500 lire mensili, somme molto alte per l'epoca. Con gli accordi stabiliti, nel 1911 nasce ufficialmente la casa editrice musicale Polyphon Musikwerke, che viene annunciata al pubblico con una conferenza stampa. L'accordo suscita polemiche ed è pubblicato sul quotidiano Il Giornale d'Italia. La canzone napoletana viene descritta come un importante prodotto di esportazione, ora monopolizzato dalla Polyphon di Lipsia. Il progetto si sviluppa attraverso vari capitoli, che includono audizioni musicali dal 1911 al 1914, e termina con la fine della Polyphon e il rinnovamento della canzone napoletana. Introduzione Nel 1910, Massimo Weber, rappresentante di Polyphon Musikwerke a Napoli, decide di avviare una casa editrice musicale dedicata alla canzone napoletana, cercando il talento dei migliori poeti e musicisti della regione. Punti chiave • Weber, oltre a rappresentare Polyphon, collabora con altre aziende tedesche produttive. • Sviluppa un progetto artistico e commerciale, che viene approvato in meno di tre mesi dalla direzione a Lipsia. • Chiede aiuto a Emilio Gennarelli, esperto nella vendita di prodotti musicali, creando un partnership chiave per il successo della nuova casa editrice. • I due organizzano incontri a Napoli e Roma per ingaggiare autori e musicisti, incluso Ferdinando Russo come direttore artistico. • Attraverso offerte economiche attraenti, Weber riesce a contrattare 32 tra poeti e musicisti, con stipendi significativi per l'epoca. • La nuova casa editrice, Polyphon Musikwerke, viene presentata al pubblico il 21 febbraio 1911, sollevando anche polemiche. • Il quotidiano Il Giornale d'Italia annuncia l'accordo, sottolineando il monopolio di Weber sulla canzone napoletana. Conclusione La creazione della Polyphon rappresenta un momento cruciale per la canzone napoletana, trasformandola in un prodotto con respiro internazionale e proprio di una crisi di valori culturali e commerciali, che si evidenzia tra il 1911 e il 1915.
39,00 €

Potere e nobiltà nella città dei papi su Niccolò Franco da Benevento. Volume Vol. 3

Potere e nobiltà nella città dei papi su Niccolò Franco da Benevento. Volume Vol. 3

Virgilio Iandiorio

Libro: Libro rilegato

editore: ABE

anno edizione: 2025

pagine: 172

Volle lasciarsi nell'anonimato l'autore della biografia-romanzo di Nicolò Franco. Si tratta di un francese che nel saluto al marchese di Seignelay, colonnello del reggimento di Champagne, premesso al libro, si firma Abbé***, Censeur Royal. La censura reale In Francia , a partire dal XVII secolo, era l'incarico dato a dei censori di giudicare la legittimità editoriale di un manoscritto e autorizzarne la pubblicazione. Insomma dare l'imprimatur. L'opera di questo anonimo scrittore si intitola Le danger de la satire ou La vie de Nicolo Franco poete satirique italien (Il pericolo della satira ovvero La vita di Nicolò Franco poeta satirico italiano) e venne pubblicata a Parigi nel 1778. Di essa si trovano accenni in alcuni autori, forse perché considerata poco biografia e più romanzo. Ne dà notizia Benvenuto Gasparoni, curatore del periodico il Buonarroti (Un Dialogo tra Niccolò Franco e il Buonarroti, in: il buonarroti scritti sopra le arti e le lettere raccolti per cura di Benvenuto Gasparoni, Roma 1866 vol. I p.90, Il Quaderno IV datato aprile 1866):" Capitatoci a questi giorni fra mani un libro francese, assai malagevole a trovarsi, intitolato Le danger de la satire, ou la vie de Nicolò Franco poeta satirique italien, e vedutovi dentro un dialoghetto fra Niccolò e Michelangelo, fu subito nostra cura il voltarlo nella italiana favella, e farne parte a' leggitori cortesi". Il Gasparoni dà anche un giudizio su questo libro, affermando che "Né veramente sappiamo quanta fede possa meritarsi quel suo racconto che disteso a mo' dei romanzieri che sursero sullo scorcio del passato secolo (e appunto il libro è stampato a Parigi del 1778) non contiene a parer nostro che qualche fondo di vero, sul quale poi l'autore ha tessuta la tela di parecchi avvenimenti, a quella guisa che si costuma in que' romanzi che tolgon nome di storici. Ad ogni modo non potrà essere senza piacer di chi legge il vedere questo dialoghetto che, pognamo non sia veramente accaduto, certo potrebbe essere almeno probabile"; e più avanti "l'autor della vita o vogliam dire romanzo di Niccolò Franco (che veramente è pieno di buona morale, ed è tutto inteso a mostrare come la satira sia cosa malvagia e pericolosa) racconta un altro fatterello in cui ha parte il Buonarroti, e però anche questo volemmo tradurre pe' nostri lettori". L'anonimo autore della biografia di Nicolò Franco attinge le sue notizie da una tradizione che non aveva cessato di avere i suoi cultori. Nel Nuovo Dizionario Istorico, alla voce Franco N., a proposito della sua morte, per impiccagione a Roma nel 1570, si legge:" la tragica morte di questo sciagurato scrittore seguì nel 1569, avendo sbagliato alcuni, che l'hanno fissata al 1554, come pure sbagliano coloro, i quali asseriscono, che fuggisse di carcere, che fosse appiccato solamente in effigie, e che di cordoglio e vergogna morisse poco dopo in Benevento" (l' opera composta da una Società di Letterati in Francia, venne tradotta in italiano col titolo Nuovo Dizionario Istorico, Napoli 1791, tomo XI). Invece ad essa fa riferimento l'autore francese, quando narra la morte in Benevento di Nicolò Franco. In Francia l'interesse per le opere di Nicolò Franco si manifestò già nel XVI secolo; se nel 1579 Gabriel Chapuis pubblicò la traduzione francese dei Dialogi piacevoli. Nelle città in cui Nicolò Franco è stato, ha lasciato sicura traccia della sua permanenza, così a Venezia con l'amicizia/inimicizia di Pietro Aretino, a Casal Monferrato dove fondò l'Accademia degli Argonauti, a Cosenza, dove promosse un'accademia. Il giudizio morale ha pesato molto sul nostro autore beneventano.
55,00 €

De Sanctis Francesco da Morra Irpina: lettere edite e inedite

De Sanctis Francesco da Morra Irpina: lettere edite e inedite

Fausto Baldassarre

Libro: Libro rilegato

editore: ABE

anno edizione: 2025

pagine: 112

«I funerali di Francesco De Sanctis si svolsero in Napoli, il 4 gennaio 1883… Il carro funebre era tirato da dieci cavalli bardati, portanti ognuno sulla gualdrappa la stella d'Italia: il cocchiere e i palafrenieri avevano le coccarde di colori abrunate. La bara era ornata di ghirlande e corone tra cui alcune simboleggiavano la Camera, il Senato ed i principali municipi d'Italia… Il funerale di De Sanctis rappresentò per l'Italia un lutto nazionale, ma per Napoli fu un evento solenne, grandioso, eccezionale… Ma il saluto più simpatico, più affettuoso, più travolgente a Francesco De Sanctis lo die' l'anima di Napoli che avvertì col suo popolaresco, ma sicuro intuito, che non s'era spenta solo una fulgida luce intellettuale, ma era venuto meno un gran cuore, sicuro e schietto, aperto a tutti i palpiti, a tutti gli entusiasmi. Il povero Don Vito [dal quale noi carissimo figlio discendiamo], fratello del defunto, piombato da Morra a Napoli per rappresentare in qualche modo la famiglia d'origine, guardava (mi diceva Benedetto Croce) attonito e stupefatto la fiumana popolaresca, il mareggiare delle corone e delle insegne, dei vessilli e dei gagliardetti, e ripeteva trasecolato: 'Vi' che t'ha saputo fa' Ciccillo'… La frase di Don Vito sarebbe piaciuta al De Sanctis assai più del librone e della tomba che lo scultore Belliazzi gli approntò, con quella manierata freddezza che era nello stile del tempo, nel recinto degli uomini illustri a Poggioreale». Questa è la narrazione di Edmondo Cione. È proprio vero che la morte svela la vita. Francesco De Sanctis è il mio compagno di viaggio. Segreta guida. Conforto. Il suo grande dolore, la sua resistenza: mai la resa. La sua forza è gioia di vita. Meraviglioso: quel guardare il cielo, quel saper vedere dentro, fuori e lontano. Caro Francesco ha lasciato in me luminose tracce. Con questo libro ho cercato di liberare il Nostro dai paroloni dei 'dottoroni' da ciò che il critico di Morra ha sempre combattuto. A tal proposito ricordo l'indignazione di zio Paolo De Sanctis, fratello di mia nonna, che nell'ascoltare i comizi dei politici di turno contestava il De Sanctis ideologizzato. Il Nostro antenato è straordinaria testimonianza di vita, di speranza. Ha conosciuto la notte oscura del carcere, la solitudine dell'esilio, non si è lasciato però travolgere dalla disperazione. L'esperienza del dolore gli ha dato sempre più forza. Ha lottato contro l'aridità e la desertificazione delle emozioni. Questo libro, caro Francesco, nasce dall'amore paterno. Tu, studente, in dialogo immaginario con l'antenato. Un dialogo che tocca con passione, essenzialità, chiarezza i temi della vita, dell'arte, della politica. Ricordo: avevo dieci anni. Indossavo il vestito della prima comunione. Con la littorina nella stazione di Montefalcione raggiunsi Morra. Linea ferroviaria Rocchetta S.Antonio, voluta dallo stesso De Sanctis. Mio padre mi affidò all'amico ferroviere. E suvvia!, inizia il mio viaggio. I miei occhi di bambino andavano man mano scoprendo la verde Irpinia, la nuova luce di Morra, tutti i luoghi desanctisiani, la sua casa, il focolare domestico, la culla di ferro, dove sono nati i nostri antenati. Custode di memorie mia madre. Zio Mimì: quest'ultimo straordinario narratore, capace di sintesi fulminanti. Di nonna Teresa Francesca De Sanctis ho un vago ricordo. Austera, vestita di nero sulla soglia della casa mi guardava dall'alto. Così la ricorda l'immaginetta: 'visse fra i riflessi del genio'. Figlio, scorrendo l'albero genealogico, vediamo che noi discendiamo dal fratello di De Sanctis, Vito (1824-1889), dal figlio Carlo (1854-1952) e dalla nonna Maria Francesca (1884-1954). Vito seguì il generale Pepe a Venezia e dopo l'impresa per diverso tempo fu in prigione a Brindisi e il fratello Francesco lo soccorse inviandogli sei ducati al mese. Ma l'aiuto è soprattutto spirituale. Infatti da Cosenza, febbraio 1850, il Nostro così scrive al fratello: «Tu non ti devi avvilire.
44,00 €

I Festival degli anni '50 in televisione (1947-1959)

I Festival degli anni '50 in televisione (1947-1959)

Antonio Sciotti

Libro: Libro rilegato

editore: ABE

anno edizione: 2025

pagine: 380

Dopo il periodo d'oro della canzone napoletana che, a partire dalla fine dell'Ottocento e fino alla prima metà degli anni '30 del Novecento, ha seminato successi europei e internazionali, inizia una crisi della musica partenopea che si manifesta dalla seconda metà degli anni '30 e fino alla fine degli anni '40. La diffusione delle ballate e del sound proveniente da paesi oltre oceano e anche da paesi europei, mettono in grave difficoltà la canzone napoletana (e anche quella italiana) divenuta un fenomeno artistico stantio, scartato dalle nuove generazioni che seguono le nuove tendenze. Rispetto ai grandi successi del passato, in questo periodo soltanto alcune canzoni partenopee riescono a superare le difficoltà, imponendosi sul mercato del disco, come 'Na sera 'e maggio, Che t'aggia ddì, 'O mese d''e rrose, Tammurriata nera, Simmo 'e Napule paisà, Munasterio 'e Santa Chiara, più qualche macchietta (Agata, Ciccio Formaggio, L'hai voluto te, I due gemelli, Dove sta Zazà). Troppo poco rispetto ai periodi precedenti. Fortunatamente la crisi sfuma grazie all'esplosione del fenomeno della commercializzazione (o rinnovamento) e la canzone napoletana torna al suo iniziale splendore. Per debellare la crisi, era necessario un cambiamento radicale e pure una schiera di nuovi autori (e di autori adattati) e di nuovi artisti (e di artisti adattati), da contrapporre agli autori e ai cantanti conservatori. Questi riescono nell'intento di creare un nuovo interesse verso la musica partenopea che addirittura oltrepassa i confini nazionali, affermandosi nel mondo con brani che, ancora oggi, sono eseguiti da artisti di grande popolarità. Come per il periodo dell'industrializzazione della canzone napoletana che viene identificato con il leggendario motivo Funiculì funiculà del 1880, anche il rinnovamento della musica partenopea degli anni '50 è identificabile con una canzone che funge da apripista, ovvero Anema e core, considerata la prima melodia del nuovo "filone confidenziale" della canzone napoletana che rilancia la musica partenopea in Italia e nel mondo. L'artefice di questa nuova scrittura è il poeta Tito Manlio che, immediatamente al dopoguerra, sviluppa l'idea che la canzone napoletana, pur rimanendo fedele agli schemi tradizionali di Ernesto Murolo, E. A. Mario o di Libero Bovio, deve adattarsi ai tempi moderni; deve, cioè, parlare l'antico linguaggio ma con uno stile nuovo. Anema e core viene presentata, per la prima volta, al Festival di Capri del 1950, manifestazione organizzata dalla casa editrice Leonardi, e si aggiudica il primo posto nell'esecuzione di Roberto Murolo. Ma il successo non arriva con il noto menestrello napoletano, bensì grazie al tenore Tito Schipa che la inserisce nel suo repertorio e la rende famosa a livello internazionale. Nell'autunno del 1950, Tito Schipa incide Anema e core su disco La Voce del Padrone. Ma fa anche di più. Il popolare tenore, in dodici incisioni su sei 78 giri, raggruppa quanto di più bello è stato presentato al Festival di Capri nelle prime due edizioni del 1949 e 1950, imponendo quasi tutti i brani e rilanciando pure un'altra composizione di stile moderno che farà la storia: Me so 'mbriacato 'e sole di Tito Manlio e Salve D'Esposito (vincitrice dell'edizione festivaliera del 1949). La leggenda racconta che il testo di Anema e core sia stato scritto da Manlio su ispirazione di un furioso litigio con la moglie e da una successiva pace avvenuta con baci e abbracci e con il trionfo dell'amore. Il successo della canzone è arcinoto; lo slow con ritmo sincopato viene tradotto in moltissime lingue ed è inciso da importanti cantanti, quali Frankie Avalon, Cliff Richard, Grace Jones, Eddie Fisher, Beniamino Gigli, Perry Como, Connie Francis, Amalia Rodriguez e tanti altri.
49,00 €

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