ABE
Una regina per Buda. La principessa di Napoli e il re d'Ungheria: Beatrice d'Aragona e Mattia Corvino
Sabato Cuttrera
Libro: Libro in brossura
editore: ABE
anno edizione: 2023
pagine: 184
Il Re di Napoli aveva già concesso la mano della figlia al Duca di Ferrara Ercole I d'Este. I patti matrimoniali furono firmati il 1 novembre e nel luglio dell'anno seguente la bellissima Eleonora, nominata Duchessa, fece il suo ingresso in pompa magna a Ferrara. Il matrimonio fu celebrato nel 1473 e vide fra gli invitati Andrea Bentivoglio, il quale si fece accompagnare dal poeta SABATINO DEGLI ARIENTI, con il quale si presentò a Ferrara. Alle nozze di Ercole I d'Este e di Eleonora d'Aragona furono perciò ben presenti. ARIENTI ebbe anche l'onore di essere prescelto per l'orazione a nome della delegazione bolognese. Insomma dovette fare gli elogi al Duca di Ferrara per quel matrimonio di rango così elevato, non mancando di donare agli sposi tri vasi de fin cristallo, folciti de auro et de argento.
Don Giovanni da Procida nel 1282. L'anima nera dei Vespri Siciliani che insediò gli aragonesi a Ischia alla corte di Beatrice di Svevia
Arturo Bascetta, Sebastiano Cultrera
Libro
editore: ABE
anno edizione: 2023
pagine: 168
Confrontando gli ultimi documenti rinvenuti si riscontra che Giovanni era ancora vivente il 20 dicembre 1290. Lo stesso Giovanni, «il quale nel precedente Diploma era portato vivo nel di 20 dicembre 1298, era già morto nel di 23 gennaio 1299, laonde la sua morte dove avvenire o negli ultimi giorni di dicembre 1298 o nei primi giorni di gennaio del 1299». Ulteriori notizie e documenti furono rinvenuti sulla «espropriazione dei beni di Giovanni e sulla loro restituzione al figlio, specie in merito a certi diritti doganali e su un fondaco. Resta inteso che non risponde al vero il fatto che «la restituzione dei beni di Giovanni fu fatta in premio di un tradimento. Noi abbiam riportati i documenti che smentiscono questa ingiuriosa imputazione. Ne mancavano due altri che si sapeva esser conservati nella Biblioteca secreta Vaticana, e però non solo inediti, ma sconosciuti». Dice De Rienzo che «parrebbe da ciò che la famiglia de Procida sia un ramo dei Cossa o Salvacossa, antica e potente in Ischia, ed arrivata a gran potere nei tempi degli Angioini. Ma noi non possiamo affermarlo sulle labili basi di questa Cronachetta, molto più che facilmente si può spiegare l'errore: imperocchè sappiamo per documenti, anche da me riportati, che Marino Cossa o Salvacossa d'Ischia comprò Procida da Atinulfo di Procida nel dì 21 Marzo del 1340. Ora uno scrittore poco avveduto scrivendo quella cronaca anche sotto il Regno di Giovanna I, vedendo l'isola di Procida in potere della famiglia Salvacossa, poteva ben credere che Giovanni fusse appartenuto a quella famiglia». Nel «pregevole manoscritto, sebbene del secolo XVII», circolato col titolo di Nutamentu ex fasciculis Regiae, vi si trovano molte notizie. Altri 14 documenti riguardano la inquisitio facta in Procida, come da «indictionis super bonis Domini Johannis de Procida proditoris, qui dominium dictae Terrae habebat, ubi jura distincta dictae Terrae, et etiam alia bona quae dictus Johannes tenebat in Aversa, Villa Casalucis et Tullani», nonché in Terra Amalfi e «in Monte Corbino, que simul cum aliis bonis suis sitis in Salerno», quest'ultima revocata dall'arcivescovo salernitano. La riporta il Camera, facendo riferimento a un istrumento notarile dell'agosto 1303, «regnante dom. nostro Karolo secundo, nel quale parlandosi de beni di un tal Filippo Caniati siti in Montecorvino, nel lungo detto Laurito, si assegoano per confini ab occidente fines rerum quoniam domini Johannis de Proceda, a meridie finis rerum predie i quondam domini Johannis el aliorum». Singolare è il diploma rilasciato da Re Manfredi a Don Giovanni per la costruzione del Porto a cura della amministrazione comunale di Salerno nel 1259, quando non lui ma Gualtiero de Ocra era cancelliere del Regno di Gerusalemme e Sicilia nel Castello imperiale di Lucera. Insomma questo maestro di corte, quale fu Giovani da Procida, appare più il segretario del Palazzo di Capua, la terza carica, che un medico, capitale dove si trovava pochi giorni prima della morte del sovrano nel 1266. Seguirono negli anni altri autori che dissertarono sulle citazioni dei cronisti riferite alle pillole dei famosi quattro medici salernitani che si rifanno al medico Riccardo, i quali avrebbero seguito un protocollo, parlando ora di una cosa, ora delle malattie del fegato, citando la dottrina di Giovanni Plateario, studiata dagli specialisti, essendo «fuori ogni dubbio che le undici opere manoscritte che trovansi pelle biblioteche attribuite ad un medico Riccardo sono tutte scritte secondo le conosciute dottrine salernitane, e gli autori che vi si trovano citati son tutti salernitani, eccetto gli antichi, e raramente qualche arabo». Da qui l'interesse sulla presunta professione di medico di Don Giovanni, i quali «se non lo dimostrano Salernitano, almeno fan credere che abbia appreso medicina da maestri salernitani».
Storia delle canzoni di pulcinella: 1890-1990
Antonio Sciotti
Libro: Libro in brossura
editore: ABE
anno edizione: 2023
pagine: 180
Nell'Appendice Documentaria del libro racchiusa in un secolo (1891-1991), escludendo il repertorio tratto dalle commedie di Pulcinella, sono prese in considerazione soltanto le canzoni di Pulcinella composte per il varietà, per la Piedigrotta o per il Festival che, solo in un secondo momento, sono state inserite in una commedia o in uno spettacolo di rivista. In altre parole, l'analisi dell'individuazione delle canzoni di Pulcinella parte immediatamente al fenomeno dell'officina della canzone napoletana voluta dalle case editrici. Infatti, dal 1880, per l'interessamento della casa editrice Ricordi per la musica partenopea, si diffonde in maniera vertiginosa il fenomeno dell'industrializzazione della musica partenopea, grazie al quale oggi, attraverso studi certosini, si può risalire alla maggior parte dei dati per una compilazione di una scheda anagrafica di una canzone: dagli autori all'anno di pubblicazione, dalla prima esecuzione strumentale, vocale e corale al luogo e al contesto dell'esecuzione, al copyright editoriale, ecc. ecc. Questo fenomeno è strettamente legato ai concorsi di Piedigrotta, vere gare canore di canzoni napoletane con tanto di classifica, di premi, di giudizi della critica, di bandi di concorsi, pari a quello che oggi è il Festival di Sanremo. Da questo momento, tutte le canzoni partenopee hanno un palcoscenico sul quale aspirare per raggiungere il successo e su questi palcoscenici sono presentate la maggior parte delle canzoni dedicate a Pulcinella contemplate in questo libro. La passerella antologica dell'Appendice Documentaria inizia nel 1891 con il brano 'O Purcinella, primo motivo piedigrottesco dedicato a Pulcinella presentato da Achille Carrino durante la festa di Piedigrotta, e termina nel 1991 con Pulecenella a Surriento, brano inedito inserito da Bruno Venturini come bonus track nella sua collana antologica dedicata alla storia della canzone napoletana. Quasi tutti i testi delle canzoni vedono l'innamorato che si rispecchia in Pulcinella perché tradito dalla sua amata e solo poche composizioni trattano direttamente la maschera napoletana come personaggio teatrale. E questo perché nel corso dei secoli Pulcinella subisce diverse metamorfosi e tra le più importanti è quella che lo riscatta dalla sua condizione di servo e sciocco che divora solo maccheroni per diventare, di volta in volta, voce del popolo. In lui regnano sentimenti di generosità, altruismo, dolcezza e, a volte, anche di furbizia. Diventa, in questo modo, più semplice per i poeti napoletani scrivere di Pulcinella come dell'innamorato o dell'amico tradito nei sentimenti dalle persone a lui care. Precede l'Appendice Documentaria, la cronistoria delle tre edizioni del Festival del Pulcinella d'Oro (I nuovi motivi di Acerra Canora), istituite per rilanciare la maschera partenopea nel suo luogo d'origine, nonché la cronistoria del Primo Festival Città di Pulcinella, organizzato da Antonio Tagliamonte allo scopo di rilanciare la musica dedicata al primo cittadino di Acerra. Allegata alla cronistoria festivaliera, la sezione delle Istantanee costituita da brevi schede biografiche dei cantanti che hanno preso parte ai festival.
La Duchessa del sale. Eleonora D'Aragona e Ercole I d'Este
Sabato Cuttrera
Libro
editore: ABE
anno edizione: 2023
pagine: 192
«Ercole si ritrovò alla rotta che Ferdinando ebbe in Sarno, e dicesi che fosse stato tanto vicino a farlo prigione, che gli rimase nelle mani parte della veste di Ferdinando medesimo, la quale poi ei sempre conservò come per un suo immaginario trionfo; ed Ercole infine continuò in quella guerra, che da niuno è stata descritta, meglio, che da Pio II fino al 1463, quando dal prudentissimo suo fratello il Duca Borso venne insieme con Sigismondo in Ferrara richiamato, ed a governi di Modena, e di Reggio vennero ambedue impiegati. Ercole poi fu in altre guerre d'Italia in difesa dello stesso Duca Borso, e de' collegati, ed in una riportò una grave ferita nella clavicola del piede, che per ben due anni il regne considerevolmente incomodato e poi il lascið alquanto zoppo. Ma fra tutto questo tempo fu sempre caro al fratello, e a' suoi popoli, a cui dovea succedere, nella morte di Borso, come avvenne nel 1471: e tale fu Ercole I, che fu data da Ferdinando in isposa ad Eleonora sua figliuola». Michele Vecchioni
Diritto & delitti nel Cinquecento: scene del crimine fra Puglia, Basilicata e Principati del Regno di Napoli tradotti per la prima volta dal latino di Roberto Maranta nella terza parte a Palazzo San Gervasio, Pietragalla e Venosa
Virgilio Iandiorio
Libro: Libro in brossura
editore: ABE
anno edizione: 2023
pagine: 86
Roberto Maranta nacque a Venosa (PZ) nel 1476, e in questa città lucana morì quasi certamente poco dopo il 1534. Giurisperito molto apprezzato dai contemporanei non solo della sua terra, Roberto Maranta era chiamato dalle varie corti (tribunali) delle città del Regno di Napoli a dare il suo autorevole parere su controversie giudiziarie che erano insorte tra i privati cittadini. Attraverso i suoi 148 pareri quasi vincolanti, raccolti nel libro Consilia sive responsa, edizione postuma del 1591, si può ripercorrere la storia quotidiana della sua città, e di altre del Regno, nella prima metà del XVI secolo. Vita quotidiana fatta di relazioni tra i cittadini, fra le famiglie, e il loro rapporto con le istituzioni locali. Le controversie giudiziarie, con il loro carico di delusioni, ire e talvolta di vendette, ci forniscono elementi sicuri per ricostruire i rapporti sociali nelle comunità del Mezzogiorno di mezzo millennio fa.
Atrani nel 1754. Catasti onciari del Regno di Napoli. Volume Vol. 67
Fabio Paolucci
Libro: Libro in brossura
editore: ABE
anno edizione: 2023
pagine: 128
"La ricerca storica e genealogica è una materia che mi ha sempre affascinato. Credo non ci sia cosa più appagante che scavare, come un archeologo fa con il territorio, nelle proprie radici familiari e, spesso, non mancano sorprese, ritrovamenti inaspettati, persone e storie che raffiorano in superficie. Non sempre, però, si riesce ad andare a ritroso e, come un sentiero irto di rovi, possono esserci ostacoli lungo il percorso: ostacoli burocratici, documenti andati perduti, danneggiati, omonimie o errori anagrafici che, ahimè, un tempo erano molto frequenti. Ma posso affermare che la pazienza e la sagacia, nel tempo, ripagano sempre come, peraltro, mi è spesso successo nelle mie ricerche genealogiche. Come rivela il cognome che porto, e come scoprirete leggendo le pagine di questo libro, ho origini atranesi da parte paterna. Il cognome Proto era, ed è ancora oggi, se non il primo tra i primi tre cognomi più diffusi nella piccola Atrani. Mio padre nacque ad Atrani, così come suo padre e il padre di suo padre sino ad arrivare al mio avo Crescenzo Proto, citato nel Catasto Onciario del 1754, un marinaio di 45 anni. Da ciò che ho potuto scoprire nelle mie ricerche, tutti i miei avi atranesi, giungendo fino al mio bisnonno (vissuto nei primi decenni del '900), furono marinai o "barcaioli". Io che sono nato in città, Salerno, ricordo con piacere quando da bambino, durante le stagioni estive, i miei familiari mi portavano a trascorrere del tempo, in villeggiatura, ad Atrani. E ho sempre sentito, e sento tutt'oggi, che quel borgo un po' mi appartiene. Ed Atrani è sempre rimasta la stessa, così com'era nel 1754 così è oggi, un piccolo borgo marinaro adiacente la ben più famosa Amalfi. Le storie di entrambi i borghi si intersecano tra loro sin dal primo Medioevo e, per un breve periodo (tra il 1929 e il 1945), Atrani fu accorpata al Comune di Amalfi per poi ritornare comune autonomo qual è ancora oggi. Altra materia che mi affascina è la ricerca toponomastica: i nomi antichi dei luoghi, delle vie, viuzze e vicoli, che nel corso del tempo hanno cambiato denominazione. E nel catasto onciario, oltre ai nomi ed i cognomi, i soprannomi se presenti, i mestieri e le rendite delle varie famiglie, si possono trovare anche le vecchie denominazioni di strade e luoghi. Leggere un'onciario è come un viaggio nel tempo: nomi di famiglie, di luoghi, di mestieri impressi sulla carta. Una fotografia del tempo, utile sia per la ricerca genealogica sia quella toponomastica." (Luca Proto)
La cospirazione giovanile di Napoli: Albarelli e il fallimento liberale. 1793-1794
Arturo Bascetta
Libro: Libro in brossura
editore: ABE
anno edizione: 2023
pagine: 144
Gli anni che vanno dal 1789 al 1799 vengono identificati come il decennio della Rivoluzione Napoletana che si fa nascere con la Rivoluzione Francese e morire con la Repubblica Partenopea. In realtà la Francia, prima della morte di quel re, non ebbe alcun peso sulla stabilità del Sud, giungendo gli effetti giacobini solo con la nascita della Repubblica. Furono le sette napoletane seguite alla fallita cospirazione del 1794, in cui si erano trasformate le società patriottiche, a sperare nel vano aiuto della flotta francese, ferma nel porto di Napoli. Fallimento dovuto alle spie, dichiaratesi pentite a seguito degli arresti, onde evitare la decapitazione, ma che finirono ugualmente in uno dei 493 processi che si tennero in tutto il Regno, fino al 1798. Vero è che fin dal 1790 si assiste a qualcosa di diverso, insito nel popolo e nei regnanti, che primeggia come una voglia di autonomia. Da una parte il Re, che si stacca definitivamente dal papa, rifiutandosi di continuare l'atto di vassallaggio della chinea; dall'altra il popolo. Ma le paventate congiure giovanili, divenute organizzate con la cacciata dell'ambasciatore republicano dei francesi a fine 1792, divennero il pane quotidiano anche degli intellettuali. Indubbiamente tutto ciò è legato ai venti di rinnovamento che spirano in Europa e che porteranno il Re a lasciare Napoli nel dicembre del 1798, in quella che spesso viene definita come la fuga a Palermo. Ma non è neppure quello l'inizio della breve Repubblica Partenopea in quanto sarà preceduta dal breve ma intenso movimento di Anarchia popolare dei Lazzaroni. Ecco perchè nel decennio della Rivoluzione Napoletana non vi fu una sola rivoluzione per destabilizzare il potere dei sovrani, quanto più atti rivoluzionari che, nel bene o nel male, finiranno con lo stabilizzare tutti. Tolti quindi i primi anni delle società patriottiche influenzate dalla massoneria inglese, si può dire che una vera rivoluzione, fomentata dai francesi fra il 1792 e il 1793, avvenne nel 1794 e si prolungò al 1798 per contrastare arresti e processi. In questi due lustri, fra la prima e la seconda metà degli anni Novanta del 1700, accaddero più cose: l'inizio della fine della feudalità, a cominciare da quella del Papa verso il Re; l'inizio delle congiure organizzate, come questa, filofrancese, del 1794; l'inizio delle rivolte sociali che portano all'Anarchia; l'inizio di una prima Repubblica. Abbiamo quindi scisso le diverse fasi di una stessa epoca, che è poi quella delle rivoluzioni, perché ha più di un inizio e più di una fine: la Riorganizzazione del Regno (1789-1792), la Società Patriottica (1792-1793), le Rivoluzioni Napoletane (1793-1798), l'Anarchia Popolare (1798-1799) e la Repubblica Partenopea (1799) che lascerà il testimone di un'epoca alla Restaurazione borbonica del xix Secolo. L'idea di Carlo Flaubert del 1793 è da ascriversi non alla parentesi pre-anarchica vissuta dal Regno di Napoli, ma a quella pre-rivoluzionaria. Con Flaubert, cioè, siamo ancora alla lotta politica e non a quella armata fomentata dai fracesi, che è la continuazione di un esperimento di rinnovamento politico e sociale, iniziato dal Principe di San Severo, chiamato Massoneria. La Loggia di Posillipo, divisa in club, privati e anonimi, non più riconosciuta dallo stato, fu espressione libertaria di giovani politici, matematici e paglietta, durata troppo poco per essere ascritta alla congiura, sua naturale conseguenza. I club politici non ressero nemmeno un anno, per essere identificati come scintilla della Repubblica Partenopea, che ebbe miccia solo dopo l'anarchia popolare che fece fuggire il Re, seguita alla rivoluzione, la risposta armata delle sette segrete di sola ispirazione francese. Esse sono da far rientrare in una sorta di congiura autonoma, dove i rivoluzionari vennero arrestati e processati dallo stato, grazie alle spie borboniche.
Chianche e lo stretto di Varva: Chianca, Chianchetella, San Pietro Indelicato, Ponte Paduli di Barba
Arturo Bascetta, Sabato Cuttrera
Libro: Libro in brossura
editore: ABE
anno edizione: 2023
pagine: 144
L'Ottocento si apre con i sindaci che guardano all'accorpamento dei comuni (Chianca e Chianchetella) e dei servizi (Torrioni e Petruro). Sulla Montagna di Montefusco non mancheranno nei primi decenni le vertenze sui confini, in particolare la lunga fu la contesa fra il comune di Chianca e il suo barone, specie dopo l'abolizione della feudalità. Nel 1842 usurpazioni di suoli pubblici sono poi documentate nell'Archivio di Stato di Avellino come avvenuti ad opera di Raffaele Troisi, Giustiniano Bianco e Leonardo Pizzella. Piccoli comuni che crescono e che si dotano di parroco (a Chianche c'era nel 1815), mentre le vecchie strade crollano (nel 1841 anche il ponte sul fiume Sabato necessitò di ristrutturazione) e le frazioni si accorpano. Pochi documenti attestano l'indipendenza di Chianchetella, dopo la breve esperienza del periodo francese insieme a Chianca (sotto il titolo di Comune delle Chianche), nella prima metà del 1800. Da sottolineare le continue contese fra il piccolo comune ed i privati, come la vertenza del 1817 fra l'amministrazione comunale e il marchese De Rosa, le invasioni del territorio comunale da parte del sindaco Marino del 1837 e quelle di Luca Tretola nel 1844. Sindaco di Chianchetelle nel 1824 era Maiatico. Un parroco c'era sicuramente nel 1823 quando il comune gli passava la congrua. Ma a Chianchetella si deve soprattutto l'adozione dei regolamenti civici di gran lunga in anticipo rispetto agli altri paesi. Un regolamento di Polizia urbana e rurale è già in atto nel 1846. Problemi di sicuro ne avevano creati la strada comunale, che fu accomodata nel 1830 e il ponte dello Stretto di Barba sistemato nel 1842. Nella documentazione d'Archivio si nota la controversia relativa al fondo detto Paduli, modernizzato in Le Padule, localizzato fra le proprietà demaniali e quelle dell'ex feudatario di Chianchetelle. In particolare, il fondo ricadente nelle sue proprietà, il marchese di Rosanello, insieme ad altri suoi beni lo aveva affidato a Saverio de Bianco di Chianche. Questo fondo andava così a ricadere al confine con le proprietà comunali di Chianchetelle affidate allo stesso de Bianco al prezzo annuo di 4 ducati e 75. Tutto bene finchè Bianco non si accorse di pagare due volte il censo per lo stesso fondo sia al marchese che al comune. Da qui la lite con l'amministrazione comunale di Chianchetella alla quale il de Bianco chiese di essere rinfrancato dal Comune di cinque annate, rifiutandosi di pagare quella appena trascorsa. Fatto venire l'agrimensore Don Giovanni Bocchino di Montefusco, ci si rese conto che alcuni privati vicini possedevano dei pezzi di terra del marchese al quale già pagavano annuo censo, anche perché lo stesso De Bianco aveva chiamato l'altro agrimensore della zona, Don Gaetano Leo di Torrioni. La misurazione ufficiale del fondo di proprietà del marchese di Rosa, signor Don Orazio Salerno, avvenne l'8 ottobre del 1849, accertando che il marchese riscuoteva il censo per lo stesso fondo da Saverio de Bianco e da Pasquale Ievolella di Chianca, Simone Pizzella e Carmine Iscaro, al confine col demanio comunale di Paduli. In totale il territorio di Paduli di proprietà del marchese era occupato da Simone Pizzella, Vincenzo Infantino, Pasquale, Angelantonio, Rosa, Maria, carmine e Domenico Fabrizio, carmine Iscaro, Francesco de Bianco, Saverio de Bianco, Pasquale Ievolella, Luigi Pastore, Marianna Pastore, Teresa Regina, Giuseppe Pastore e Bernardo Pizzella. Un mezzo pasticcio nacque poi sulla ricostruzione del ponte di Chianca.
Lucrezia d'Alagno: un'amante per regina. La Corte dell'amore nella Napoli di Re Alfonso d'Aragona
Virgilio Iandiorio
Libro: Libro in brossura
editore: ABE
anno edizione: 2023
pagine: 150
Le storie di amori hanno sempre interessato un pubblico vastissimo, a cominciare dalla storia d'amore di Elena e di Paride, che finì con una guerra tra Greci e Troiani. Che dire dell'amore tra Enea e Didone, anche questo finito tragicamente. I poeti, si sa, attribuiscono al potere della dea Afrodite (o Venere) gli improvvisi innamoramenti. Venendo ai giorni nostri, per spiegarsi questi fenomeni della vita, gli amori appunto, si ricorre a Freud e ai suoi moltissimi seguaci, che cercano di trovare nella psiche delle donne e degli uomini i motivi scatenanti di certe passioni. Le storie che qui appresso vengono riferite, riguardano personaggi vissuti in un particolare periodo della storia del Regno di Napoli, l'età Aragonese, che durò un buon mezzo secolo, la seconda metà del Quattrocento. Le storie d'amore si prestano a interpretazioni diverse e contrastanti, talvolta. Per questo mi voglio limitare a riferire quello che i contemporanei hanno creduto di vedere nelle persone attratte dalla potenza di Venere. Sono valutazioni, impressioni, commenti di contemporanei, proprio come quelli che noi leggiamo sulla stampa o ascoltiamo quotidianamente alle televisioni a proposito di attori, cantanti famosi, ma anche di uomini di governo, magnati e poveri Cristi, presi da innamoramenti e amori. La prima storia riguarda l'amore tra il re Alfonso il Magnanimo e Lucrezia d'Alagno, riferita con le parole dei contemporanei Loise De Rosa, Nicolò della Tuccia, Giovanni Pontano. Va ricordato che nel secolo scorso si interessò alla vicenda Benedetto Croce. Tra queste due storie, può essere interessante un intermezzo, sempre di relazioni d'amore, riferentisi al sovrano Aragonese Ferdinando I, raccontate dal Pontano, che per essere grande amico e al servizio degli Aragonesi, riferisce de visu fatti e personaggi. Anche le persone che circolavano a corte hanno le loro storie da raccontare, come ancora fa Loise De Rosa, con un'avventura accaduta proprio a lui. Possiamo definire culture periferiche quelle storie d'amore che andarono sulla bocca dei contemporanei di quegli eventi. Nell'accezione della lingua greca antica: periphéreia indica la circonferenza, la linea circolare e il verbo periphéro significa portare intorno, far girare, ma anche diffondere, far conoscere. Ed è quello che fecero quanti raccontarono quelle storie. L'atteggiamento della società nei confronti delle donne è il riflesso di questa, con le sue tradizioni, la sua mentalità, i suoi pregiudizi. Di volta in volta le donne diventano protagoniste o oggetto, fanno la storia o la subiscono. E gli uomini sono a volte seducenti romantici, a volte possessivi e maniacali. Nella vita di una donna si succedono eventi come l'amore, il matrimonio, le crisi familiari e domestiche, i figli, le separazioni, le volontà ultime. Non solo eventi nella sfera del privato, ma anche rapporti con l'esterno: la donna e la religione, la donna e l'arte, la cultura e l'istruzione, per tanto tempo anche negata, la donna e la realtà sociale, il lavoro e la politica. Spesso risulta difficile sottrarre l'immagine della donna dallo stereotipo e dall'astrattezza e calarla nella realtà viva. La signora, la serva, la contadina, la balia, la maestra, la prostituta, l'operaia non sono tipi, ma persone che vanno sottratte all'anonimato della quotidianità. La documentazione esistente presso gli Archivi di Stato italiani sottolinea la presenza femminile in una vastissima quantità di documenti, la cui lettura, di estremo interesse, risulta complessa e, se fatta da angolature non corrette, può risolversi frammentaria e incompleta. Anche per questo, l'editore Bascetta ha voluto inserire in appendice la vicenda di Lucrezia, rielaborata come "novella storica" da Tommaso Aurelio de Felici nel secolo XIX, e il ritratto che della donna fa Benedetto Croce nel suo libro Storie e Leggende Napoletane, pubblicato nel 1919.
Storia delle canzoni dedicate a Ischia: 1880-1980 dal terremoto di Casamicciola ai Festival della Canzone Marinara, di Ischia e all'Epomeo d'Oro. Almanacco della canzone e del teatro napoletano
Antonio Sciotti
Libro: Libro in brossura
editore: ABE
anno edizione: 2023
pagine: 180
È un libro diviso in tre parti ognuna delle quali raggruppa tutte le melodie dedicate all'isola verde nell'arco di un secolo (1880-1980). La prima parte contempla la musica dedicata al terribile disastro di Casamicciola del 1883 che causò la decimazione di quasi la metà della popolazione. Nella seconda parte sono raggruppate rigorosamente in ordine cronologico tutte le canzoni con le sue storie a partire dal 1899, anno della prima composizione dedicata all'isola verde scritta nel periodo dell'industrializzazione della musica napoletana, per terminare con gli ultimi successi di Tony Tammaro e Salvatore Minopoli della fine degli anni '80 del Novecento. La terza parte è dedicata a Ischia festivaliera, o meglio al Festival della Canzone Marina che dal 1957 al 1961 ha rallegrato e movimentato il turismo ischitano con tante belle melodie. Seguendo il criterio di questa divisione, ad ogni parte viene assegnata una titolazione: Per Casamicciola tutto il mondo di Piedigrotta; La storia delle canzoni che omaggiano l'isola verde; Ischia festivaliera tra melodie, twist e yè yè. La prima carrellata di canzoni avviene nel 1883 in seguito al terribile terremoto di Casamicciola. Poeti, commediografi e musicisti s'impegnano a scrivere a titolo di beneficenza una notevole produzione canora e teatrale per ricavarne somme di denaro destinate ai superstiti dell'isola. La carrellata termina con l'inaugurazione nel 1888 del teatro Pergolesi che sorge a Barano d'Ischia, che diventa il simbolo del risollevamento dell'isola verde. Dopo questo periodo, la canzone napoletana mette in pausa la musica che canta Ischia, fino a che, a partire dal 1899, con il motivo 'Ncopp''a ll'isula, s'inizia sporadicamente a scrivere per omaggiare l'isola verde con i suoi panorami e le sue bellezze naturali. Il grande boom della produzione canora avviene negli anni '50 del Novecento, quando iniziano a diffondersi i primi festival che vanno a sostituire le antiche audizioni di Piedigrotta e, soprattutto, quando inizia il fenomeno della commercializzazione della canzone napoletana: l'abbondanza delle nuove composizioni si rifanno ad Ischia come meta turistica e come ritrovo di incontri d'amore. Sono soprattutto le case editrici del nord Italia che pubblicano la maggior parte di queste composizioni che sono eseguite in particolar modo da cantanti-chitarristi, assai numerosi sull'isola verde, che ravvivano le taverne e altri ritrovi turistici: Scarola, Enzo Gagliardi, Silvio Rosi, Vittorio, Ernesto De Maria, Pizzulin, Rino Da Positano, Armando Romeo, Roberto Murolo, Ugo Calise, Umberto Boselli, Gianni Festinese, Geppino Battaglia, Ettore Lombardi, Giovanni Mazzella, Nino Soprano, Gianni Morena, Franco Di Costanzo, Mimmo Di Lello, Rino De Sisto, Tony Sigillo, Gianni Mario, Franco Esposito, Salvatore Zurria e tanti altri. La grande abbondanza delle canzoni dedicate all'isola verde avviene nella seconda metà degli anni '50 del Novecento, ovvero negli anni in cui si tengono le tre edizioni del Festival della Canzone Marinara. Nonostante la grande concorrenza del periodo che non si riduce soltanto al Festival di Sanremo e al Festival della Canzone Napoletana (i soli che oggi si ricordano) ma anche a quella di altre prestigiose gare canore, quali il Festival Adriatico di Ancona, il Festival della Canzone Romana, il Festival siciliano della Canzone di Palermo o ancora i festival di Zurigo, Velletri, Trani, Como, Magenta, Vibo Valentia, Vasto, Montecatini, Viareggio e tanti altri, quello di Ischia non passa in sordina. ..
Il principato regio di re Manfredi Lo Svevo: 1258. «Meglio morir da Hohenstaufen che diseredati da Carlo d'Angiò»
Sabato Cuttrera
Libro: Libro in brossura
editore: ABE
anno edizione: 2022
pagine: 128
La lettura degli eventi storici si dimostra di grande interesse in questi ultimi anni, ma resta, anche per l'insegnamento, una materia di difficile comprensione. Lo storico non solo è chiamato a un ruolo di mediazione e confronto con gli eventi riportati dai cronisti più o meno coevi, senza interpolazioni e manomissioni ottocentesche, ma deve vestire i panni di un moderno Holmes. Il ricercatore di oggi è un investigatore, chiamato a indagare tra le fonti, senza mai lasciarsi ingannare dalla semplicità di ciò che appare essere stato documentato prima del suo arrivo. Il libro sul secondo Manfredi lo abbiamo titolato «Il Principato Regio di Manfredi lo Svevo», anche in omaggio a Barletta, ovvero alla Nova Barulo nata due anni dopo il sisma del 1088, e perciò detta Baruletta, che oggi sappiamo essere stata vicecapitale del Regno di Pavia di Re Corrado di Lorena dal 1092. Un libro di storia «verace» vuole essere anche questo: l'esercizio continuo della mente nella comprensione che la storiografia non può e non deve essere considerata immutata e stabile. L'abilità dello studioso sta nel farla diventare fluida, perché essa è in continua evoluzione, come la stessa immagine del sovrano svevo, spesso schiacciata dall'imponente figura del padre-imperatore. E così, il secondo volume su Manfredi, curato dall'Autore su ricerche di giornalisti moderni, immersi nei fatti come cronisti di allora, trova finalmente il risalto meritato. La forza e la tenacia con cui il Principe Svevo si oppose alle forze della Chiesa, costretto a fronteggiarsi con ben tre papi, mostrano intelligenza e saggezza di un uomo quasi prerinascimentale, spesso piacevolmente perduto fra musici e strabotti, ma che sul piano politico-diplomatico seppe instaurare una proficua rete di alleanze, rafforzate altresì da sontuosi matrimoni. Manfredi incarna la figura perfetta di sovrano moderno, pioniere e precursore dei reggenti illuministici, amante di filosofia, musica e di ogni forma d'arte. Egli è consapevole di quanto fosse importante l'opinione pubblica per un sovrano, carpita e rapita attraverso magnifici eventi e sfarzose feste, allorquando il politico diventa abile promotore della propria immagine, pur senza mai abbandonarsi a frivolezze e continuando con costanza a perseguire i suoi obbiettivi, divenendo una delle figure più potenti e carismatiche degli anni Duecento del primo Millennio. Sul luogo della sua morte, tanto discussa, vale la pena di aggiungere le parole che per lui ebbe un contemporaneo, Fra' Salimbene de Adam da Parma (Parma, 9 ottobre 1221 - San Polo d'Enza, 1288), un religioso, storico e scrittore italiano dei frati minori francescani, seguace di Gioacchino da Fiore e autore di una cronica trascritta come Cronaca di fra Salimbene parmigiano dell'ordine dei Minori, data alle stampe da Carlo Cantarelli. A suo dire non va sottaciuta «la bellezza della città di Manfredonia che il Principe Manfredi chiamò col suo nome, della quale egli fu fondatore» E quindi, a trent'anni dalla fondazione, egli stesso ricordava che «questa città fu costruita in luogo di un'altra città che si chiamava Siponto, che era distante due miglia. E se il Principe fosse vissuto qualche anno in più, la città di Manfredonia sarebbe diventata una delle più belle del mondo. È infatti tutta murata in giro per quattro miglia, come dicono, ed ha un porto sicurissimo. È alla radice del monte Gargano. La strada principale è già abitata; sono già poste le fondamenta delle case nelle altre strade, che sono larghissime e danno bellezza alla città. Peraltro il principe Manfredi ebbe alcune buone qualità, delle quali ho parlato a sufficienza nel trattato su papa Gregorio X. Lo storico deve infatti essere persona imparziale e non dire di qualcuno tutto il male, tacendone il bene». E' Salimbene che spiana la strada al lettore...
Detti e fatti di Napoli aragonese. Dictis et factis. Re Alfonso raccontato dal Panormita. Volume Vol. 2-3
Antonio Beccadelli, Virgilio Iandiorio
Libro: Libro in brossura
editore: ABE
anno edizione: 2022
pagine: 144
Antonio Beccadelli detto il Panormita (1394-1471) dal nome della sua città natale, Palermo, fu poeta, segretario, biografo, ambasciatore di Alfonso V d'Aragona, e fondatore a Napoli della prima Accademia umanistica, meglio conosciuta come Pontaniana, da Giovanni Pontano che successivamente la diresse. Nel 1455 il Panormita compose il De dictis et factis Alphonsi regis, ove, in quattro libri raccolse a modo di aforismi episodi della vita del Sovrano Aragonese, in cui risaltavano le sue qualità politiche e morali. Per uno di quegli strani casi, ma non rari nel campo delle lettere, quello che era un libro senza ambizioni storiografiche, è finito col fornire elementi storici agli autori successivi. Ad esempio, l'episodio del soldato salvato dall'annegamento nel Volturno , narrato dal Panormita (lib. III n. 43) viene riportato da scrittori successivi, ma come se ne avesse parlato per la prima volta Giovanni Vincenzo Ciarlanti (1600-1653). In questo secondo volume sono contenuti i libri secondo e terzo del De Dictis et factis. Il terzo libro termina con due detti di Alfonso, che sia per la lunghezza sia per la disposizione alla fine di esso, assumono un valore particolare. Il penultimo, sono suggerimenti militari e politici al figlio Ferdinando che sta partendo per la spedizione contro Firenze. L'inimicizia con Cosimo de' Medici fu una costante della politica italiana di Alfonso. Il Panormita conosceva molto bene i rapporti difficili del suo Re con Firenze, presso la cui Signoria era stato mandato in ambasceria nel 1436, senza risultato. L'ultimo, invece, è una riflessione sulla morte che il sovrano avrebbe fatto quando si recò in visita ad un adolescente di Sorrento che era gravemente ammalato e in fin di vita. Il Panormita esprime le sue considerazioni sulla vita, che è un dono di Dio, e sulla morte, che non è da considerare con timore, ma con gioia perché è un ritorno al luogo di elezione, cioè in Dio. Le parole che il nostro fa dire al suo Sovrano sono frutto di attente letture degli autori. Come, ad esempio, il "dissolvi cupiunt" riprende Agostino (Tractatus in Evangelium Johannis, 57, 2) che a sua volta risale alla Prima Lettera ai Filippesi di San Paolo. Oppure "praesidium vitae" che ricorre in Paolino di Pella, (Eucharistikon, v. 299,358,526) detto il Penitente, nato a Pella in Macedonia alla fine del IV sec. d. C. e morto longevo in quello successivo. Se vi commuovete alla lettura di questo brano, non consideratelo un fatto eccezionale, ma date al suo autore il giusto riconoscimento di grande letterato e di grande pensatore. V.I.

