fbevnts Pompeo Colonna, il cardinale avvelenato (1530 - 1532): il 7° Vicerè degli Asburgo di Spagna (1519-1555)
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Pompeo Colonna, il cardinale avvelenato (1530 - 1532): il 7° Vicerè degli Asburgo di Spagna (1519-1555)

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Pompeo Colonna, il cardinale avvelenato (1530 - 1532): il 7° Vicerè degli Asburgo di Spagna (1519-1555)
Titolo Pompeo Colonna, il cardinale avvelenato (1530 - 1532): il 7° Vicerè degli Asburgo di Spagna (1519-1555)
Autore
Collana Viceré di Napoli, 7
Editore ABE
Formato
Formato Libro Libro
Pagine 132
Pubblicazione 2026
ISBN 9788872976500
 
44,00 €

 
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Ricapitolazione, il crudele cardinale, simbolo dell'ingordigia. Il viceregno di Pompeo Colonna a Napoli (1530-1532) rappresenta una fase di transizione istituzionale cruciale per il Mezzogiorno d'Italia. Nominato dall'imperatore Carlo V dopo la morte di Filiberto di Chalon, principe d'Orange, Colonna non si limitò a una gestione di ordinaria amministrazione, ma tentò di imporre un modello di assolutismo centralizzato. Un progetto politico improntato al rigore amministrativo inflessibile, che mirava a ridimensionare l'anarchia feudale e a risanare le finanze di un Regno devastato dal recente assedio francese del 1528. Paolo Giovio, contemporaneo, offre in latino la ricostruzione analitica e cronologica della sua parabola governativa, strutturata secondo le cronache, tradotta da Ludovico Domenichi. Ma sono i documenti d'archivio che rendono credibile ciò che narra Giovio, pur sempre di parte, a cominciare dalla nomina e dall'insediamento politico, tra l'inverno del 1529 e l'estate del 1530.1 La scelta di Carlo V di affidare il Regno di Napoli a Pompeo Colonna maturò durante i colloqui di Bologna (inverno 1529-1530), che sancirono la pacificazione tra l'Impero e il papato di Clemente VII. L'Imperatore necessitava nel Mezzogiorno di un uomo d'azione energico, dotato di profonda esperienza militare e, soprattutto, di un esponente dell'alto baronaggio romano che conoscesse intimamente i complessi equilibri dinastici e le consorterie del Sud. Pompeo ricevette ufficialmente i diplomi di Luogotenente Generale e Viceré del Regno di Napoli, a tutti gli effetti, a seguito della morte del principe d'Orange, avvenuta nel corso dell'assedio estivo di Firenze. Il suo ingresso a Napoli fu orchestrato con una solenne pompa liturgico-militare, volta a riaffermare visivamente l'autorità imperiale. Tuttavia, fin dai primi giorni del suo insediamento, Colonna dovette scontrarsi con l'ostilità strisciante dei Seggi comunali di Napoli (le storiche rappresentanze nobiliari della capitale), i quali temevano che l'indole autoritaria del nuovo Viceré avrebbe eroso gli antichi privilegi municipali e le immunità fiscali tradizionalmente concesse alla nobiltà.2 Da qui la lotta al baronaggio e la centralizzazione giudiziaria dell'anno successivo, quando il principale asse politico del suo governo divenne la sottomissione del baronaggio, perché molti nobili avevano attivamente fiancheggiato l'invasione francese guidata da Odet de Foix, visconte di Lautrec, durante la campagna del 1528. Sebbene in gran parte avessero ottenuto un'amnistia formale, la fazione filo-francese (i cosiddetti "angioini") rimaneva potente e riottosa, da provocare confische patrimoniali e rigore giurisdizionale. Colonna applicò con spietata meticolosità le direttive imperiali in materia di fellonia, a cominciare dall'espropriazione dei feudi. Egli avviò una sistematica ricognizione dei titoli feudali, confiscando le terre dei baroni dichiarati traditori dell'Impero e incamerandole nel regio demanio o redistribuendole a nobili di provata fede asburgica. Fu la centralizzazione della giustizia. Per stroncare l'arbitrio giurisdizionale che i baroni esercitavano nelle loro province, potenziò il ruolo della Sacra Regia Udienza e del Sacro Regio Consiglio, inviando commissari vicereali nelle province più periferiche (come le Calabrie e l'Abruzzo) per raccogliere le denunce delle popolazioni locali contro i soprusi dei feudatari.Questo tentativo di imporre la preminenza della legge statale sulla giurisdizione feudale alterò radicalmente i rapporti di forza nel Regno, alienando a Colonna le simpatie non solo della residua nobiltà angioina, ma anche di quella fazione aragonese che si era illusa di poter controllare il viceré in virtù dei vecchi legami familiari della casa Colonna nel Mezzogiorno. Il forzoso risanamento delle finanze spagnole con la tassazione dei Napoletani non aveva però fatto i conti con l'emergenza ottomana (1531-1532), essendo pur ve...
 

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