ABE: Donne reali e uomini d'arme
Galeazzo Sforza, il Dittatore di Milano. Breve vita del duca che pretese il saluto romano dai lombardi
Arturo Bascetta
Libro: Libro rilegato
editore: ABE
anno edizione: 2025
pagine: 216
Questo libro è il frutto della continua ricerca portata avanti dagli autori della ABE sui cronisti che raccontano i fatti da contemporanei. Dopo diverse biografie fiorentine non poteva mancare il seguito alla Casata degli Sforza, originata da un colpo di mano ai danni dei Visconti che trasferirono il patrimonio di famiglia al capostipite Francesco, sposo di Bianca, ultima erede di Milano. Il prologo sulla nonna perugina, Lucia Tarzana da Torgiano; sul padre, Cavaliere alla corte dei Visconti; sulla madre Bianca, l'erede di Milano; sulla sorella Ippolita, sposina del Duca di Calabria, che di ferocia fu maestro; spunta finalmente il nome di Galeazzo, duchino crudele. Con tali premesse, alla morte del padre, Galeazzo si liberò gradualmente della madre, in quegli anni in cui la cometa di Halley, fra sisma e peste, non preannunciava nulla di buono. L'ultimo viaggio a Napoli fu fatale al genitore e provocò l'esilio di Bianca a Cremona, subito dopo il matrimonio con Bona di Savoia, sorella del beato Amedeo e orfanella di quel Ducato. Da qui lo scontro velato con la madre, a colpi di veleni, nell'aria e nella minestra, che videro più volte preoccupata la sorella Ippolita, tornata da Napoli più volte, fino per assisterla in punto di morte. La vecchia Duchessa muore quasi nelle sue braccia: ma fu vero veleno? Fatto è che senza l'ultima dei Visconti i nemici crebbero in casa e anche fuori: la sorella fu quasi espulsa da Napoli con tutta la sua corte milanese al seguito; e i Veneziani si spinsero fino a Bologna, stuzzicati da Zio e Sforza fratello, passati col nemico, in uno scenario di guerre-lampo, dentro e oltre Italia, che portarono alla Battaglia di Negroponte vinta dai Turchi. Nascono, e nel mentre crescono, Giangaleazzo ed Ermes, con Elisabetta presto sposa di Ercole d'Este. Sono eventi che rafforzano il Duca, illuso dai Francesi e pronto a scippare Firenze a Napoli, con la storica sfilata delle carrette milanesi in viaggio verso il Palazzo che fu di Cosimo dei Medici, dove i duchi ebbero ospitalità e meraviglie, percorrendo la Toscana in lungo e in largo. Il Duca, del resto, fu costretto a sfidare lo Zio, passato nelle fila del Marchese, e perciò a ostentare sfarzo a tutti, per poi tornarsene a casa per la via di Lucca, Genova, Castelletto e Pavia. Fu l'occasione per stilare una serie di intrecci sulle Terre faentine, date ai papalini di Sisto, preparando la dote per le nozze della figlia Eleonora con Ercole d'Este, quella dello storico pranzo allietato da musici e teatranti, ma anche lo sposalizio del figlio Giangaleazzo con Isabella di Napoli. L'addio per il cognato Amedeo di Savoia e il sisma, ritornato fra Adda e Ticino, sono il presagio all'orgoglio di chi vorrebbe diventare Re di un reame proprio, quello che trasformò subito il Duca in Duce, con l'avallo dell'Imperatore e tanto di saluto romano. Il gioco fu però scoperto da frà Pietro da Roma. Da qui l'incubo del veleno, che il Cardinale avrebbe ordinato ai Veneziani, da somministrare al padre padrone di Milano, dopo gli strani matrimoni combinati messi su dalla Duchessa per i figli. Al di là della discussa immunità concessa al segretario Colletta, le nozze di Biancamaria e il rapimento della cognata Duchessa di Savoia, altra verve giunge in casa Sforza, fino alla congiura vera e propria, ordinata dagli ex parenti e che si concluse con il tragico fatto di sangue consumatosi in S.Stefano. Qui il Dux venne assassinato dai Visconti e Giangaleazzo, eletto successore a 8 anni, fu costretto a sposare la cuginetta, orfanella napoletana, dopo la morte di Donna Ippolita, Regina senza corona che lasciò vedovo il crudele Alfonso II. Ma il potere degli Aragonesi di Napoli fu tutto in discesa rispetto ai venti che soffiavano dalla Spagna quando l'erede Giangaleazzo sposò fiero «Isabelletta», ignaro di finire nella trappola dei parenti, divenendo presto prigioniero del Moro in quel di Pavia...
Isabella d'Aragona e Giovan Galeazzo Sforza: donna Sabella e l'eredità del duca Giovanni
Arturo Bascetta
Libro: Libro rilegato
editore: ABE
anno edizione: 2025
pagine: 176
Il 1° febbraio 1489 la giovane e bella napoletana fu accolta nel castello milanese e si celebrò il matrimonio. I festeggiamenti pomposi erano questa volta uno scherno: ed Isabella si trovò infelice dove avrebbe avuto il diritto d'essere rispettata ed amata. Il Moro quando cominciò a sospettare che Isabella fosse incinta, raddoppiò la guardia intorno al Duca, quasi prigione nel castello di Pavia. Isabella era donna coraggiosa e saggia, ma suo marito Gian Galeazzo, se era d'indole mite ed egregia, se era animato da buoni sentimenti, tuttavia mancava d'ingegno, e d'abilità nell'esercizio degli affari. In ciò sta la spiegazione della possibilità del tradimento del suo tutore, ed in ciò consiste pure la scusa ch'egli adduceva a quelli che gli avessero domandato conto di quanto faceva. Lui era il passato e l'avvenire, ma non seppe sfruttare i suoi tempi, né capire dove andasse il mondo. Se avesse avuto un raggio soltanto del genio del suo omonimo Visconti, la storia avvenire di Milano ed insieme forse quella di tutta Italia sarebbe stata diversa. Isabella scrisse a suo padre ed all'avo implorando soccorso: ma la sua lettera non ebbe altra conseguenza che di dividere sempre più la famiglia aragonese dal Moro. Ferdinando mandò a Milano Antonio e Ferdinando da Gennaro, ma essi non ottennero da Lodovico se non questa risposta sdegnosa: - Dello stato io tenni sempre le cure, e a Gian Galeazzo riservai solamente gli onori. La prevista nascita del figlio di Gian Galeazzo fece pentire il Moro d'avergli concesso una sposa così amena, insperata e degna solo di un vero principe come lui, al quale, non restava che scegliere una donna altrettanto elegante e bella e di stringere i rapporti con Ferrara. Isabella, «per bellezza di corpo, et d'animo degna di prospera fortuna, dopo' le nozze infelici con Giovan Galeazzo, figliuolo di Galeazzo ucciso dai congiurari cascó in tanta calamità, che fu poi, mentre visse, essempio di malavventurata Principessa. Imperoche con vano nome di Duchessa fu compagna delle miserie, et delle angustie, nelle quali sotto specie di tutela era tenuto il marito per iniquitá del Zio; né qui si fermó l'impeto della suá trista sorte, peroche in un tempo istesso vide privarsi del marito per forza di veleno, et il padre spogliato del Regno dall'arme francesi», per cumulo de gli infortuni suoi si vide cader di mano ogni speranza, che il picciolo figliuol suo potesse aver adito allo stato paterno, poi che, oltra che quasi nel medesimo giorno che morì il marito, fu usurpato il titolo con le insegne di Duca, da Lodovico; dopo alcun tempo, il detto suo figliuolo erede della disavventura di lei fu condotto in Francia dove in monastero chiusa, finì la sua vita.
L'invasore di Parigi: il bottino di Carlo VIII Re di Napoli (Charles de Valois)
Sabato Cuttrera
Libro: Libro rilegato
editore: ABE
anno edizione: 2025
pagine: 186
La frantumazione politica del Regno di Sicilia Ultra e Citra gettò Napoli nell'abbandono. Ovunque regnava il caos. Palazzi abbandonati, case diroccate e cloache a cielo aperto erano il brutto biglietto da visita di una metropoli soggiogata, derubata e affranta dalle guerre. L'ex capitale era allo sconquasso e, perduto il trono aragonese nel 1501, subì la falsa amicizia spagnola del prorex Cordova, che scippò mezzo reame alla «regina triste» in nome di Ferdinando il Cattolico, come già deciso da quest'ultimo sulla carta, essendo in combutta con Re Luigi XII il Cristiano, al quale andò l'altra metà, avallata dai baroni avversi. Toccarono quindi agli Spagnoli del «la Calavria, Basilicata, Terra di Otranto e tutta la Puglia». Furono dei Francesi del «Re Luigi, il Ducato di Benevento, di Abruzzo, Campagna, e la Città di Napoli», sempre più vuota e abbandonata al suo destino e senza più un solo popolo, diviso fra rossi e bianchi. La conseguenza fu che al cambiare della casacca si moltiplicarono i luoghi di confine delle antiche province, a causa dello spostamento forzoso voluto da abati feudali e signori di diverso partito. E il risultato fu che si rifondarono ancora una volta paesi di qua e di là, costringendo alla migrazione le piccole popolazioni di servi della terra da un capo all'altro della linea immaginaria se non era gradita ora a questo e ora a quel feudatario. Con un Viceré a Levante e uno avverso a Ponente, «essendo così divisi, ne nacque anco la divisione de' cuori de li poveri baroni e città del Regno: imperciò che i vassalli de lo spagnuolo si chiamavano Spagnuoli, e seguivano la lor insegna rossa; e i vassalli del francese si chiamavano Francesi, e seguivano la lor insegna bianca: e era forzato spesse volte lo infelice figliuolo esser francese, essendo il suo miserabil padre legittimo spagnuolo», e viceversa. La cosa non poté certo reggere e, «venendo a rotta l'una nazion con l'altra, bisognò anco, che gagliardamente si oprassero rovinar l'un l'altro». E non solamente, a quel tempo, «fu consumato il Regno da la guerra, ma anche da continua pestilenza, e da incomportabile carestia. Per le quali calamità restò quasi voto di gente e di danari; gli edificii rovinati, i campi disfatti, la giustizia inferma, e la religione quasi che morta: e in questa pessima disposizione era anche la Città di Napoli pervenuta», rimasta divisa in due fazioni. Lo scontro infatti non terminerà con l'invasione lampo del Re di Francia. L'Anonimo, Guerra e gli altri cronisti delle Historie di Napoli «dicol che dopo la venuta di Carlo Ottavo Re di Francia nel Regno, il quale à guisa de fulgure venne in Italia, acquistò il Regno, e partissi, fu mandato da Luigi Re di Francia spano monsignor d'Obegni ad invaderlo, il quale fe' gran progressi, et acquisti nelle provincie di quello».
Ferrante Sanseverino. Principe ribelle. Princeps salernitanis. Volume Vol. 1
Arturo Bascetta, Anna Maria Barbato
Libro: Libro in brossura
editore: ABE
anno edizione: 2024
pagine: 146
Il suo nome è in tutte le cronache del Medioevo. Visse il meglio dell'epoca, fra lusso, sfarzo e corti europee. Conobbe belle donne, cavalieri e uomini d'onore, ma la sua vita fu senza dubbia dettata dalla voglia di esistere e di sfidare continuamente le menti ottuse. Nacque orfano per vicende familiari di cattiva politica, perché fu praticamente abbandonato dalla madre - «utilizzata» dalla casa regnante per matrimoni di interesse -, alla quale deve il doppio cognome dei Sanseverino della Casa d'Aragona. Crebbe perciò con gli zii di Paestum e subito si innamorò di una bimba, Isabella, l'unica con cui giocare, scherzare, crescere. Fu senza dubbio il più giovane e ricco principino del tempo, finendo per sposare quella pupa, figlia del padrino e tutore, e divenendo presto titolare di tutti i feudi del defunto genitore, su cui si riprese la patria potestà, perduta per confisca. Il seme materno degli Aragonesi non mutò quindi la linea di sangue nell'erede della dinastia normanna padrona del Sud, invidiata e odiata dai potenti, ma amata dal popolo. Il suo impegno nella difesa delle città del Principato dagli attacchi turchi, così in battaglia, quando fu chiamato a servire l'Imperatore, fanno di Don Ferrante un fedele servitore della patria, presente tanto alla incoronazione di Carlo V, quanto nella guerra d'Africa. Ma la vita di un ribelle «ereditario», ricco o povero che sia, è complicata da vivere e da spiegare, preferendo egli costruire una sua corte letteraria, circondandosi di governatori-poeti, come il Tasso, e di professori trasferiti dall'università di Napoli a Salerno. Fu moderno e fluido nei sentimenti, Don Ferrante, anche quando l'Imperatore fece la corte alla sua amata, e l'istinto lascivo dell'amore lo tenne lontano dalla consorte. All'epoca Napoli subì una violenta repressione che deputati e storici filo governativi hanno tentato di nascondere davanti al tribunale della storia, mentre il suo Principe, il cavaliere più amato del Regno, finiva trattenuto dal suo Re, come un prigioniero inerme, diseredato ancora una volta, e esiliato in Francia, finendo a Costantinopoli, accolto nell'harem del Gran Turco.
Enzo I Re di Sardegna prigioniero a Bologna. Il figlio di Federico II nato a Cremona
Anna Barbato, Sabato Cuttrera
Libro: Libro in brossura
editore: ABE
anno edizione: 2024
pagine: 150
Bologna era in festa per la sconfitta del Re svevo e il carroccio metteva allegria per il bottino reale: Enzio, il figlio di Federico II, era finito bottino dei Bolognesi. Tutti esultavano lungo il percorso fatto fare al prezioso prigioniero e già sfoggiavano il vestito a festa. «Terminava la sì decorosa entrata il pretore lieto e giulivo, un bel palafreno bianco cavalcando, rivestito di porpora, onorato da' suoni, e canti. La moltitudine del popolo fuor di città uscito per esser a parte di tanta festa, la non si può ridire, prendendo tutti oggetto, e di stupore, e di allegrezza. Fissavano gli occhi in ispezie sopra il Re Enzo, il quale d'anni intorno a' venticinque, bello della persona, tutti attirava a sè i riguardanti». I suoi capelli biondi lunghi quasi fin a cintola, e il complesso tutto della di lui corporatura alta e gioconda, muovevano ancora a tenerezza, e pietà. La cosa «compassionò alcuni, come nelle disgrazie intervenir suole, in ispezie i bolognesi dolcissimi e gentilissimi, tanta sua disgrazia. Tanto è vero, che anche ne' nimici la sfortuna di persone di merito muove a compassione». Bologna era diventata il simbolo della libertà per i Guelfi di tutte le nazioni. «Può ognuno immaginarli quanto andò per le lingue tutte di Europa la sorte felicissima di Bologna, non potendo che recare stupore, come una sola città giunta fosse a tal altezza di fortuna e gloria. Egli è questo il tanto strepitoso avvenimento alquanto diversamente narrato da Matteo Paris, volendo che Enzo unito a cremonesi e reggiani scorresse i confini de bolognesi a loro danno, onde questi posti in agguato, mentr'egli incautamente n'andava, al Ponte di S.Ambrogio l'attaccassero, che fatto prigione con incirca ducento soldati e molti reggiani, e cremonesi fosse con essi condotto a Bologna, dove all'arbitrio de loro nimici crudelmente assai essendo trattati per ottenere qualche alleviamento, diedero diciottomila lire imperiali. Sia quei ch'egli vuole, certo è non potersi ciò accordare per quello Enzo riguarda, note essendo le tante spese, con principesca liberalità, fatte dal Comune per trattarlo da suo pari».43 Al Re, insomma, non sarebbe mancato il necessario e fu vera neppure la storiella allegorica che era stato tradotto in una vera e propria gabbia. Bologna e Modena, città confinanti, «quando l'Italia tutta era in fazioni divisa, di contrario partito, ebbero insieme in varj tempi pertinacissime guerre».44 Certo è che stupiscono il fatto che sia toccato ai Bolognesi far prigioniero Re Enzo, quando la guerra era fatta da collegati, e principalmente voluta dai Bresciani. Biancardi riporta Manfredi per figlio naturale avuto da Bianca, madre di cinque spuri, tra i quali anche Enzo, perché pare che il nascituro abbia visto la luce nell'anno in cui Federico fu sposo di Jolanta o Beatrice, e quindi non già di Bianca. Fatto è che al piccolo fu mutato il nome di Arrigo in Enzio, alla tedesca, dovendolo distinguere dall'altro suo fratello già chiamato Enrico. Raffaello Morghen, nel corfermare essere stato un figlio naturale, dice che «non sappiamo l'anno della sua nascita, né il nome della madre, che solo in fonti tarde è identificata con Bianca Lancia dei conti di Monferrato». In effetti, incalza Don Celestino, «nulla sappiamo della di lui fanciullezza, né con qual maniera allevato». È il giovane erede degli Hohenstaufen, confuso con l'omonimo fratello Enrico, quello che morì a Bologna nel 1272, seguito dalla disfatta del Regno di Gallura. Per tutti, sebbene prigioniero, fu sempre il biondo Re di Sardegna, l'unico sovrano di quelle regioni che aveva abbandonato nelle mani della moglie.
Carlo V tra Napoli e Firenze: l'arco trionfale, il viceré e l'amicizia col duca di Firenze e il Merliano Da Nola
Sabato Cuttrera
Libro: Libro in brossura
editore: ABE
anno edizione: 2024
pagine: 172
Per arrivare a Napoli Carlo V percorse la via Antica Major che da Salerno, risalendo Cava, e passando per Nocera e Sarno, giungeva a Pompei, che, non essendo stata rifondata, era territorio di Scafati e Castellammare, chiamata antica Stabia, per alloggiare nella futura Portici, presso l'antica Laucopetra. L'Anonimo: - Camminò poi innanti, et vidde Nocera delli Pagani, vidde il fiume Sarno, et scoverse il gran Monte Vesuvio, famosissimo per il suo incendio anticho. Et per la generosià delli vini grechi et latini, che producono le sue nobilissime vite, et venne alla pianura della Torre della Nunciata, et da man destra vidde le rovine dell'antica Stabia coverta dall'incendio, et dalla cenere del Vesuvio, ne ni mancorno persuni che del tutto non li dessero raguagli con gran piacere di sua Maestà et dalla Sinistra vidde il mare della Città de Castiello à Mare de Vico, et di Sorrento, et Massa, et scoverse l'isola di Capri. Et passato che hebbe le Pietre Arse, scoverse, e vidde l'Isola d'Iyscha, Procida, Miseno, Nisita, et il bel Capo de Posilipo, et poi scoverse la bile, et gran Città de Napole con li suoi felici colli, le castella, et il Porto; ma perche li Teatri, gl'Archi, li colossi, e gl'altri apparati p er l'intrata di Sua Maestà non erano compiti, Sua Maestà per dar sodisfatione à quella Città per favorire Berardino Martirano Secretario del Regno gentilhuomo cosentino di candide, et scelte lettere, et di costumi nobilissimi ornato, et di tal favore benemerito, restò servita d'alloggiare nella sua picciola villa di Leucopietra, vuolgarmente detta Pietra bianca, et nella corte di questa dormire. Quel delizioso luogo è presso il mare lungi da tre miglia da Napoli, di dovve se posseno vedere, et scoprire tutte le bellezze del bel sito dell'anticha Partenope, et tutto il mare craterico, anticho albergo delle favolose Sirene, ivi è vicino il Monte Vesevo dalla cui radice insino al mare e dalla destra alla sinistra have una larga e lunga pianura, che insino al fiume Sebeto se stenne, dove sono superbi edificij amenissime volle, deliziosi giardini, fruttiferose possessioni et campi fertilissimi, ove se fanno generosi vini latini, et grechi eccellenti....
Orbassano e i Savoia. Ovvero Orbazan degli Orsini sulla via dei mulini di Torino
Sabato Cuttrera
Libro: Libro in brossura
editore: ABE
anno edizione: 2024
pagine: 120
La casa di Savoia è una delle antichissime del Mondo, per esser venuta senza alcuna interruttione da quel gran Re di Sassonia Siguardo quale descende dall'altri Re suoi predecessori, sin dall'anno del diluvio 300... comincia così la copia inedita del manoscritto intercettato da Cuttrera e pubblicato per la prima volta nella storia di Orbassano. Il lettore vede così scorrere sotto i propri occhi tutti i Savoia, da conti a duca, una dopo l'altro, in perfetto volgare del cinquecento e del seicento, anno della sua redazione. E poi le notizie sui Savoia che si interfacciano con quelle del feudo di Orbassano, da essi più volte preferito a Rivalta e ad altri castelli. Cuttera fa una ricostruzione senza fronzoli, come nello stile da cronisti medievali, riportando nudi e crudi brani di storici pescati, ritrovati e trascritti senza manomissioni e senza commenti, dando vita a questo interessante e unico viaggio nella città delle acque. Ed ecco che il Manoscritto ritrovato, l'inedito sulla Casa Savoia, appare come parte integrante di un territorio da sempre appartenuto ai Savoia, come risulta dalle sue origini, almeno dopo le notizie sul periodo romano e normanno. Ma Orbancianum o Loco Orbaciano ha una storia intensa, quella che parte di sicuro dal 1035, quando 1/2 feudo era di S.Giovanni di Torino e 1/2 del suo Vescovo. Il periodo dei marchionati italici, si innesta così nel breve regno d'Italia di Re Corrado che dal 1096 al 1111 fece guerra al padre imperatore per volere del papa, facendo arrivare i suoi Marchesi fino a Gravina (Ba), dove si intreccia la storia dei feudatari di Orbassano con quelli pugliesi della Casata degli Orsini. Ma questo libro è soprattutto fatti, quelli degli Abati a Gonzole, come dei Conti Orsini a Rivalta, veri padroni di questi paesi autonomi con diverse leggi fra loro, proprio come accadeva nelle Terre dei Lombardi riconquistate a Sud dall'Imperatore e poi liberate ora dai Normanni ora dai Greci. Con Carlo III di Savoia a Orbassano, invece, di Orsini non se ne partò più, anzi, l'investitura fu tutta di Risbaldo nel Trecento, nei due borghi riacquisiti dal Conte di Savoia, fra il Castello e Trana, concessi ai Risbaldo, ormai che il Duca Carlo è divenuto cognato di Carlo V Imperatore e ha approvato le prime leggi, gli statuti nella città delle acque, poi rinnovati nel 1700. Il libro è un susseguirsi di fatti, da Carlo Orsini, il Conte di Orbassano ai canali costruiti dai Pallavicino, i Marchesi Palavicini di Stupiniggi, quando Orbaciano è capo delle acque per secoli e si ha il distacco finale dai francesi, con la Battaglia di Marsaglia sulla via del paese, e rinasce il borgo incendiato dal nemico. Siamo ormai all'età moderna, fra auto e aerei, quando l'autore termina il suo libro, affidandosi alle figure storiche del paese de Novecento, fra l'aeronautica e l'indotto Fiat, lasciando parlare Padre Pietro e Moris, gli uomini illustri di Orbassano, quella orginata da uno dei tre marchesati storici della Valle dei Mulini di Torino.
Margherita d'Austria, la duchessa pupilla: nozze a Napoli per Alessandro «il moro» duca di Firenze
Sabato Cuttrera
Libro: Libro in brossura
editore: ABE
anno edizione: 2024
pagine: 144
Nata il 5 luglio 1522 e riconosciuta una rendita a Jenne, ragazza madre, la piccola Margherita passò nelle mani dei genitori adottivi di Bruxelles. Svezzata e cresciuta dalla zia Maria d'Ungheria, imparò a leggere e a scrivere, e presto a parlare fluente almeno quattro lingue. Persa l'occasione per Ercole d'Este, Margherita, fu maritata al Duca di Firenze, tanto per ricucire i rapporti fra Papa e Imperatore, dopo il sacco di Roma. Vennero così sanciti i capitoli matrimoniali in cui si stabiliva l'educazione della pupilla alla corte di Napoli fino all'età giusta per il matrimonio, quando sarebbe stata tradotta a Firenze, a spese del marito, dopo la cerimonia dell'anello al dito da tenersi nel Regno. E così la piccola, conobbe per la prima volta il padre e lo sposo nel 1531, prima di partire per Napoli con uno stuolo di dame, musici e prelati al seguito. Sfidando pioggia e neve sostò quindi a Cafaggiola, dove Caterina de' Medici le mostrò il Firenze e incontrò il marito. Il fuoco delle bombarde all'Annunziata aprì i dieci giorni di festeggiamenti, con spettacoli e recite, dalle corride alle partite di calcio, ai balli e alle cene conviviali. Giunta a Roma, ripartì finalmente per Napoli, dove restò tre lunghi anni per imparare il galateo di corte, studiare e crescere con altri piccoli nobili a palazzo reale. Qui fu seguita dalla Viceregina, che ne divenne balia e tutrice, ricevendo a corte amici, parenti e lo stesso sposo, con i suoi sfarzosi regali. Alessandro giunse nel Regno più di una volta, fra un riassetto e l'altro della città, sempre scossa dagli avversari politici, puntualmente puniti e banditi come nemici. Alessandro era un tipo libertino, di quei principi che si ripromettono di cambiare vita, ma nel mentre corteggiano di continuo le belle donne e non mancano di avere amicizie strette, proprio come le sue. I cugini Lorenzo e Cosimo sono per lui come il diavolo e l'acqua santa, ma rappresentano un legame stretto col sangue, come egli stesso l'ebbe col Papa quando era ragazzo, crescendo alla corte di Roma. Filtri d'amore e veri avvelenamenti dei nemici, quando non sfuggono ai suoi disegni criminali, conducono così il Signore dell'ex Repubblica Fiorentina a una vita di sfarzo e di ostentazione. Né manca di maritare la sorella Caterina al futuro Re di Francia, onorando sempre le pretese dello zio Papa, e accrescendo la lista dei nemici politici, come il generale Strozzi. L'obiettivo del Duca restò però quello di sistemarsi con la pupilla e in virtù del contratto sottoscritto seguì l'Imperatore-suocero a Napoli, appena di ritorno dalla spedizione di Tunisi. Ma l'uno fu accolto con l'arco trionfale, e l'altro con cartelloni e sberleffi dei concittadini avversari giunti in trasferta. A Napoli furono invitati anche i fuorusciti, nella speranza di raggiungere un accordo che non venne, a cui Carlo V rispose ufficializzando la cerimonia di nozze di Alessandro e Margherita, e liberandosi definitivamente delle infinite lagne degli esuli che chiedevano l'impossibile ripristino della Repubblica e, a tratti, la testa del loro Signore. Il 29 febbraio del 1536, finalmente, lo sposo donò l'anello nuziale alla giovane moglie. I Cardinali e lo stuolo di Fiorentini al seguito di Alessandro avevano avuto la meglio sui fuorusciti, scambiando l'agognata amnistia per le nozze di Margherita, e la meglio sugli stessi napoletani, costretti a sottostare alle angherie del Viceré Toledo. Al Duca non restava che andare a Roma, ringraziare il Papa, e ripartire per Firenze. E così, fra un bacio dato dal Duca al Vasari, e uno ricevuto dal suo Cosimo, l'investitura della città agli sposi si completò con una inaspettata eclissi, presagio della vita libertina di Alessandro che lo porterà lontano dalla moglie e dagli amici, come il Vettori, inseguendo le storie da letto e la cattiva compagnia del cugino Lorenzaccio.
Il femminicidio di Maria d'Avalos: la principessa di Venosa che non vide Montesarchio
Arturo Bascetta
Libro: Libro in brossura
editore: ABE
anno edizione: 2024
pagine: 136
Il pluriomocidio «maschilista» nelle cronache del Rinascimento. La collana sulle «Donne Reali» del Rinascimento si arricchisce con la ricostruzione del femminicidio di Maria D'Avalos, la più bella donna di Napoli. È l'epilogo del giallo che turbò l'Italia, nell'epoca dei delitti d'onore, dove s'allungano le liste delle amanti uccise ora con l'acqua di rosa, ora dritto al petto. L'arma utilizzata, sia essa un fioretto, un pugnale o un archibugio poco conta, perché quel che è necessario è lavare l'onta delle corna, come nel caso di Carlo Gesualdo, assassino conclamato, reo confesso al pari dei suoi servi, ma da tutti assolto. Eppure questo principino di Venosa, di soli 24 enne, premeditò il femminicidio della giovane moglie in ogni particolare, dalle porte chiuse a chiave per intrappolare gli amanti, ai corpi dilaniati da mostrare in pubblico. Certo è che la via sulla «misera morte» degli amanti D'Avalos-Carafa viene spianata da una miriade di indizi sulla bellissima Principessina di Venosa, corteggiata perfino da Giulio Gesualdo, zio acquisito e padrone di una miriade di feudi, da Gesualdo a Calitri, poi ereditati dal musico-assassino alla sua morte. Carlo infatti non possedeva che poco, essendo il genitore ancora padrone del Principato di Venosa. E fu proprio lo zio spione, amante solitario della bella moglie del nipotino, a spianargli la via della vendetta, confidando al consanguineo il posto di Chiaia dove gli amanti copulavano. Carlo appare smarrito, benché spesso a riposo nel suo stesso palazzo, dove il corpo della moglie veniva di nascosto posseduto dal Duca d'Andria. Almeno fino a quando ebbe predisposta l'imboscata, in accordo con altri cavalieri e parenti, pronto a profanare la reputazione della nobile famiglia legata al Vaticano, e non solo per la figura dello zio del Cardinale Alfonso, finito anch'egli additato per istigazione alla tragedia. La casata, l'amore focoso, le feste a Palazzo d'Andria e le serenate di Fabrizio sotto casa mentre Carlo dorme, fanno delle cronache e degli atti ufficiali dell'istruttoria, riportati in questo testo, una ricerca degna di tal nome che annulla l'amicizia fra le famiglie e punta sulla crudeltà della vendetta di un giovane che trascorreva le sue serate col prete musicista e la sua corte di armigeri, erari e servitori, pronti ora a battergli le mani per un madrigale, ora a uccidere al suo fianco. Le serrature bloccate, la scusa di andare a caccia, l'amante a letto in camicia da donna, e le grida del padrone di casa sulle corna in Casa Gesualdo prima di compiere il vile atto: gli elementi di un femminicidio efferato che si trasforma in giallo napoletano ci sono tutti e offrono al lettore l'ora della fine: le pugnalate di propria mano di quello che non solo fu il vile mandante del duplice assassinio, ma ne divenne l'esecutore materiale, per la necessità di accanirsi sui corpi senza vita. Gli atti della «Informazione» tratti dalla Vicaria, il processo scritto sulla scena del crimine, i testimoni, i tre esecutori materiali, e l'assoluzione finale di tutti, col placet del Viceré, riassumono questa storia nel dolore di una madre, costretta a spegnere la sua gioia davanti alle atrocità commesse dal nipote assassino della fanciulla più bella di Napoli. Quello di Maria D'Avalos fu un femminicidio in piena regola che Carlo Gesualdo avrebbe dovuto pagare con la massima pena di pluriassassino.
Gonzalo Fernández de Córdoba: il gran capitano, con atti notarili inediti sul prorex de Napoles
Arturo Bascetta
Libro: Libro in brossura
editore: ABE
anno edizione: 2023
pagine: 144
Consalvo de Cordova fece il suo ingresso nel Regno in maniera esemplare, impossessandosi direttamente, durante la marcia, di molte Terre, senza fare nemmeno rumore. Inizialmente strappò tutti i territori possibili ai Francesi, lasciando credere agli Aragonesi di Napoli di stare al loro fianco, ma nel nome di Ferdinando il Cattolico, estromettendo di fatto Re Federico. Il suo titolo di prorex gli permise di liberare e di appropriarsi delle Terre e delle Università comunali, senza neppure conquistarle. Bastava dimostrare sulla carta che gli Spagnoli erano lì per proteggerle dai Francesi, ottenendone in cambio la sottomissione, in forma privata o riconosciuta che fosse, almeno fino a quando lo avesse voluto la Regina Isabella di Castiglia. Il futuro del Regno fu quindi nelle mani del Gran Capitano di Spagna, il quale, in via ufficiosa, già tramava per il passaggio del titolo da Ferrandino al fratello del padre (s'era sparsa la voce che Alfonso II fosse già gravemente ammalato), cioè allo zio Federico IV d'Aragona (1452-1504), in quanto meno si intendeva di cospirazioni e risultava molto più malleabile. Mai turbato dalla luogotenenza regia, in realtà nelle mani della sirocchia Giovanna III, sorella di Ferdinando il Cattolico, e mai interessato alla carica di primo Viceré, Consalvo finì col perdere il senso della misura, immaginando di essere egli stesso il Re. Le sue conquiste, i suoi discorsi al parlamento, l'eccessiva napoletanità e soprattutto l'appropriazione di infiniti beni, convincono il sovrano a sopprimere il suo incarico per instituire il viceregno e degradare Napoli dal titolo di Capitale. La sua amata Regina era ormai passata all'altro mondo quando il sovrano si risposò con l'erede francese del mezzo regno siciliano, riunificando il Sud senza più la necessità di un generale. Da qui l'esilio in Spagna, ma senza perdere la grinta, che lo porterà a voltare le spalle al sovrano, per sostenere le idee degli eredi aragonesi esiliati a Valenza e della figlia Giovanna la Pazza, vera erede dei castelli di Castiglia, segregata dal padre. Troppo tardi.
La vicaria di papa orsini: viaggio a Pietrastornina, residenza estiva degli arcivescovi di Benevento
Arturo Bascetta
Libro: Libro in brossura
editore: ABE
anno edizione: 2023
pagine: 234
Pietrastornina compare nei primi anni sinodali, cioè nel II sinodo, come luogo dove gli atti riferiti al clero vengono essi stessi trascritti, relativamente alla pubblicazione dell'editto «De Immunitate Ecclesiarum», Contro à quelli, che direttamente, ò indirettamente impediscono, che si faccia ricorso all'Arcivescovo, ò che molestano quei, che l'hanno fatto,e non lo rivocano: e contro à quelli, che similmente impediscono i tonsurandi, ò molestano i parenti de' tonsurati. Dall'editto con cui si prescrivono titoli de' canonici, abati, arcipreti, parrochi, vicari curati, ed altri ecclesiastici della città e diocesi, Orsini cita, fra i signori reverendi, il rettore curato di San Bartolomeo. Il paese compare nel Catalogo delle terre diocesane in cui si sono terminati gli inventari e formate le piante degli stabili spettanti alle chiese ed altri luoghi pii, fra i primi alla trascrizione nell'anno 1707 (n.62 in ordine alfabetico). Quindi in tale anno già traspare una particolare attenzione verso Pietrastornina. «La medesima scomunica fulminiano contro à quelli, che direttamente, ò indirettamente impediscono, ò sanni impedire in qualsivoglia modo, ò pretesto gli scolari, che vogliono esser tonsurati, con proibire à gl'Uffiziali laici di non dare le fedi di non essere coloro inquisiti, ò qualsivolgia altra attestazion di memoriali, ò con altre suppliche, così inscritto, come con parole; ò che trapazzano, ed affliggono i congiunti dell'ordinato: siccome è decretato nel nostro primo Sinodo cap.6 num.3 in cui è fulminata la scomunica di lata sentenza, anche contra quelli, che tali suppluche porgono, ò tali licenze dimandan, l'assoluzione della quale à Noi riserbiamo». Questo il passo: «Vogliamo ancora, che da tutti i Parrochi in ogni festa di prima classe, ed in ogni prima Domenica del mese inter missarum solemnia si pubblichi sotto pena della sospensione à Noi riservata. Dato nella Pietra Sturnina della nostra Diocesi à 21 di settembre 1686 e di nuovo confermato nel consesso sinodale, canonicamente ragunato à 24 d'agosto 1687. La firma è quella di fra' Vincenzo Maria Card. Arciv., come attesta il segretario del sinodo, P.Abate Sarnelli Uditore e arciprete diocesano, il molto reverendo signore, «arciprete di S.Maria de Juso», attestato il 24 agosto 1695, carica che soppresse l'ex titolo di abate, eletto dalla collegiata...
Camiola madama di Siena: la figlia del mercante che gabbò il cavaliere errante. Camilla Turinga e Orlando d'Aragona Principe di Sicilia
Arturo Bascetta
Libro: Libro in brossura
editore: ABE
anno edizione: 2023
pagine: 144
Federico III di Trinacria, figlio della Regina di Sicilia Costanza di Svevia, divenne, alla morte del padre Re Pietro, l'unico signore dell'isola, in contrasto con gli Angioini di Napoli, titolari del reame dato in feudo dalla Chiesa. Cognato di Re Roberto d'Angiò, e zio di Carlo di Calabria, non si trattenne dalla guerra che scaturì fra eredi di diversa stirpe, benché le Regine trattassero la tregua. Qui entra in scena il bel Rolando, ovvero Orlando, fratellastro del successore Re Pietro II, ma figliastro senza eredità, allorquando si schierò contro la sovrana matrigna, creando non poche scaramucce in Sicilia, mentre a Napoli favoleggiava la corte d'amore, alimentata dagli ambasciatori fiorentini. Fra i ricchi mercanti toscani primeggiavano i Turinga, frequentatori dei due reami, allorquando Sicilia e Lucca, di partito ghibellino, vollero lo scontro con Napoli e Firenze, sempre più al servizio del papa. I Turinga, tedeschi di Prato, come pure i Bonfiglio, scelsero di stare dalla propria parte, proprio mentre l'eredità familiare fu acquisita dalla bella senese di nome Camilla, da tutti conosciuta come Camiola, che avocò a sé anche le ricchezze di un presunto marito. Fu a quei tempi, quelli in cui ella frequentava la Sicilia per traffici commerciali del padre e del defunto, che la giovane vedova seppe dell'Orlando battuto negli scontri alle Eolie. La flotta di Napoli aveva invaso le coste e preparava la vera guerra con i Siciliani. Rolando, al comando dell'armata isolana, sconfitto nella Battaglia di Lipari, e rimasto prigioniero a Napoli senza che alcun parente l'avesse riscattato, procurò gran tristezza a Camiola, la quale, manifestò palese i propri desideri amorosi, proponendo un contratto matrimoniale in cambio del pagamento del riscatto. Così, mentre il Papa s'inventava i rettori Angioini, a dispetto dei Siciliani, che rifiutavano la Chiesa nel nome dell'indipendenza catalana e del sangue svevo, Napoli liberava l'amato prigioniero, favorevole allo scambio, rimasto fiducioso in gattabuia fino all'arrivo dei soldi. Camiola, che aveva impegnato una fortuna per vederlo libero, se ne fuggì da Siena per Messina, agognando le braccia dell'adorato sposo, marito per procura, il quale, prima del ti amo, era stato chiaro: «Ti sposo se mi paghi la libertà»! Una volta tornato a corte, però, senza più catene ai polsi, il bel cavaliere, cortigiano e blasonato, figlio di Re e con nelle vene il mezzo sangue di Costanza di Svevia, rifiutò le insistenze di Camiola. Alla dama, disperata per l'abbandono, non restò che impugnare il contratto sottoscritto e costringere il marito a quelle nozze forzate, ormai solo per umiliarlo e lavare l'onore davanti al tribunale e a tutta la città. Rimasto senza eredità, essendo fratellastro del vero sovrano di Sicilia, Rolando tornò in sé e chiese scusa, ma fu costretto a subire l'umiliazione del dietrofront di Camiola, almeno secondo il profilo tracciato da Boccaccio. Non gli restò che sposare un'altra donna, dalla quale ebbe quattro figli, guadagnando sul campo le future medaglie e l'ascesa a Governatore di Siracusa per conto del nuovo Re Ludovico. Camiola, ritiratasi fra le mura del monastero di Messina, ritrovò altra fortuna. E di lei non si seppe più nulla.

