ABE: Donne reali e uomini d'arme
Il principe impotente: Alfonso III d'Aragona di Salerno e di Bisceglie
Arturo Bascetta
Libro
editore: ABE
anno edizione: 2022
pagine: 144
L'unico barone che continuava ad arricchirsi era il Gran Capitano Consalvo Cordova, il quale, il 10 maggio 1498, riceveva in via ufficiale all'insaputa di Re Federico i feudi confiscati da Carlo e Salvatore di Sangro ad Antonello di Santoseverino e a Loysio di Gesualdo deviantes a fidelitate nostra et contra nos et statum nostrum cum Gallis invasoribus huius regni et publicis hostibus nostris consilia et arma sua jungentes publica et notoria rebellione. L'accusa al Principe e al Gesualdo era chiara, essendo venuti meno alla fedeltà dovuta, avendo unito spesso le proprie armi a quelle dei Francesi, già invasori del Regno, nonché a quelle di nemici dichiarati. Dal canto suo, Cordova, non solo incamerò i loro beni, ma cominciò ad affidare direttamente agli uomini delle sue truppe spagnole alcuni feudi strategici, come nel caso di Gesualdo e Frigento, dati ad Ugo di Giliberto.28 Il 1498 fu un anno infausto.29 Da Roma giungeva notizia che Papa Alessandro VI Borgia cominciasse a turbare i cardinali che lo contrariavano e le famiglie avversarie, come quella degli Orsini.30 Il Papa "era contento de questa perturbatione per dar stato a' soi figlioli, et che Collonesi haveano abuto la Torre Santo Mathio, et che Paulo Orsini non era gionto a hora di socorer dicto locho, che inimici introe dentro e have la Terra". Inoltre, siccome il "Cardinal Ascanio era pur amalato di mal franzoso, et che 'l pontifice, havendo inteso di la trieva fata tra Spagna e Franza, mostrava dolersi; ma si confortava che era li do mesi di contrabando. Pur pareva fusse quasi rotta la sanctissima et serenissima Liga; et altro si have quid fiendum".31 La scelta di Alessandro VI, però, stette per ricadere sulla figliola Lucrezia Borgia, che la l'amante aveva partorito a Subiaco, il 18 aprile 1480. Ormai aveva 18 anni e, sebbene fosse sua figlia illegittima e terzogenita, avuta da Vannozza Cattanei, fu pronta a divenire una delle figure femminili più controverse del Rinascimento. Del resto, fin dagli undici anni fu soggetta alle politiche matrimoniali del padre e del fratello Cesare Borgia. Già quando il Papa ascese al soglio pontificio l'aveva data in sposa a Giovanni Sforza, per pochi anni, in seguito all'annullamento del matrimonio. Da qui l'idea che Lucrezia potesse essere un'ottima arma per ammaliare il Re di Napoli, Alfonso II, facendogli sposare il figliastro Alfonso d'Aragona, figlio illegittimo di Alfonso II di Napoli, poi tradito e ucciso dal fratellastro della moglie, essendo la famiglia passata col nemico francese.
La principessa di Altamura. Isabella del Balzo regina vicaria di Puglia
Arturo Bascetta
Libro: Libro in brossura
editore: ABE
anno edizione: 2022
pagine: 212
Isabella, superata la fase critica, fu battezzata. Pirro e Maria, nutrendo infinita devozione per il vedovo Re Ferrante e per la defunta sovrana Isabelle de' Clermont, zia di entrambi, le misero quindi nome Isabella. Al dolore e alla preoccupazione per una insperata salvezza in seguito alla morte dei fratellini, si aggiunse il problema dell'allattamento, avendo l'infantina una bocca così piccola che fu difficile trovare una nutrice col petto adatto. Il principe Pirro fece quindi ricercare una balia in tutto lo suo stato, e non se ne trovò nessuna dentro Altamura. Per cercar donna aver piccol pupegno, ch'avesse questa figlia ben lattato, per aver piccol popigno ne la ziza. Le ricerche, dettate dalla fretta, furono estenuanti, ma alla fine si trovò una baila e nutriza col capezzolo piccolo, sebbene de omne vitegno, in quanto poi si scoprì essere un'ubriacona col cervello innaffiato dal succo di ogni vigna, perché el più del tempo stava, questa, imbriaca e non sapea quel che se facea; e molte volte sopra de la naca con greve sonno spisso se adormea. Una brutta abitudine che fece patire non poco la piccola, spesso rimasta senza pappa. Oltre ad addormentarsi sulla culla, si racconta di quando aveva 22 giorni e un celeste tron cascò con fiamme accese. Il fulmine che ne seguì cadde sul castello di Minervino, rovinando la stanza dov'era la nutrice con la piccola. Tutte le donne fuggirono via per la paura. Isabella riuscì a salvarsi solo perché stava in cima, nel punto alto del palazzo. Passarono i primi mesi e la fanciullina, bella e buona, crebbe nel Palazzo di Altamura invidiata dalle due sorelle di poco più grandi, Isotta e Antonia, sempre pronta ad insidiarla, chi pugno le dava e chi buffetto, accusandola di essere il frutto di qualche perfidia. Ma lei evitò scontri e beffe, senza mai vendicarsi e perciò divenne amata da chiunque incontrasse durante le passeggiate, fra chi le dava e chi le prometteva, specie quando, con i suoi graziosi costumi e per il suo aspetto, incantava tutti quelli di Altamura, dove il padre si trasferì, essendo stato fatto Principe di quel castello. E poiché i complimenti erano solo per lei, la madre era costretta a sgridare continuamente le sorelle maggiori. Ma proprio le tante pene patite erano da considerarsi il segnale di un ricco futuro. Così la madre Maria: - Ognuna de voi bene m'ascolte: ché questa haverà ad essere Regina; e sia da voi in reverencia adorata, ché chi se umilia è sempre più exaltata. Isabella venne su come una rosa, ogni giorno più bella, da far invidia a tutte le più belle ragazze di Altamura. Non arrivò all'adolescenza che già i nobili ne chiedevano la mano. Ma venivano da fuori, oltreconfine, e già si parlava di principi giunti apposta da Napoli solo per vederla...
San Luigi D'Angiò. Ludovico Di Nocera principe e santo
Sabato Cuttrera
Libro: Libro in brossura
editore: ABE
anno edizione: 2022
pagine: 134
La sua nuova vita cominciò alla morte del fratello Carlomartello, Re titolare d'Ungheria, avvenuta a Napoli, il 12 agosto 1295, allorquando, da secondogenito, divenne erede universale di quattro regni. Essi erano: 1. Napoli; 2. Gerusalemme; 3. Ungheria; 4. Sicilia. Quindi, come figliuolo maggiore di tutti quelli che restavano in casa, fu erede non solo del regno di Napoli e di Gerusalemme, ma eziandio della Contea di Provenza in Francia. Ma Re Giacomo di Castiglia, lo fece prigioniero e liberò il padre, in cambio della mano della figlia Sancia per Roberto e così saltò tutto, ma Luigi ebbe la cattedra vescovile senza essere mai stato prete e poco dopo morì e fu fatto santo. Con le sue reliquie, genitori e parenti, fondarono numerose chiese, poi divenute celebri e servite agli Angioini per rafforzare il potere politico a danno dei Castigliani. A lui si deve il ritrovamento della Madonna di San Luca conservata, donata e venerata a Casaluce di Aversa dal santo nato a Nocera dei Pagani, o forse a Lucera di Foggia, che prese forma fra i ruderi dell'Ate di Lucerinum di Arechiana memoria.
Carlo V, l'amore e Napoli: Carlo d'Asburgo, le donne poco conosciute dell'Imperatore
Arturo Bascetta
Libro: Libro in brossura
editore: ABE
anno edizione: 2022
pagine: 150
Carlo V d'Asburgo fu un donnaiolo senza riserve. Ebbe figli dalla moglie e fuori dal matrimonio, relazioni dentro e lontano dal palazzo. Fu l'uomo più potente della Terra con una fanciulla in ogni stato pronto a consolarlo. Era figlio di Juana «la Loca» e di Filippo «il Bello», e pertanto dové scontrarsi con nonno Ferdinando «il Cattolico» scommettendo su chi arrivasse prima a Germaine de Foix della casa di Francia, nonna acquisita dalla cui relazione ebbe la piccola Isabel Infanta di Spagna. Da qui gli scontri con il Cattolico contro la figlia, Regina tutrice di Carlo e madre che governava anche Napoli in suo nome. Poi Carlo divenne Re e Imperatore e surclassò tutti, soprassedendo alla malattia della madre e dei parenti, dedicandoli alle amanti in carne e ossa, e quindi lasciando l'Infanta a orfana figlia di primo letto, Isabel, pur avendo un padre imperatore. La presunta relazione di Carlo con la nonna era il miglior segreto di Isabelletta custodito a Corte, frutto del viaggio galeotto fra nonnastra e nipotastro. Ma il fato volle che le braccia imperiali si aprissero alla principessa di Salerno, sposa del fedele generale Sanseverino, Isabella Villamarina. Ed ecco che oltre a Guelfi e Ghibellini, Carlo V dovette fronteggiare anche i Napoletani, che lo videro come l'amato Imperatore alla Incoronazione, dove non mancarono la bella amata partenopea e la Corte del Principato col Tasso padre del poeta. Da qui la corsa a Napoli subito dopo la conquista del litorale africano, con la spedizione del Principe a Tunisi col Conte di Sarno, quando l'Imperatore tornò dall'Africa a Napoli e gli fu fatta in suo onore una lunga processione con fra balli e fuochi, ottenendo l'ex capitale, finalmente, le capitolazioni di Napoli: lo Statuto. Ma la miglior festa proseguì a Piazza del Gesù per corteggiare la Principessa, dando vita all'amicizia e allo scontro col marito che porterà alla rivolta di Napoli e poi al perdono con il «2 Ducati» d'oro. Così finisce un amore: per tradimento politico.
La padrona di Ferrara. Eleonora d'Aragona, la principessa Dianora di Napoli a Duchessa d'Este
Sabato Cuttrera
Libro: Libro in brossura
editore: ABE
anno edizione: 2022
pagine: 150
Questo libro nasce senza alcuna pretesa di verità, ma in risposta alla insopportabile saccenteria di certi storici dei secoli scorsi che sono arrivati a confondere le città antiche altomedievali del Gargano dei Greci con omonimi paesini nati dopo il sisma del 1348 quando il Regno di Sicilia ebbe sede in Napoli, la Regina Giovanna I sede' sul trono in S. Chiara e le coste del reame furono invase dai Catalani. Ecco gli argomenti trattati. 1. Una discendenza di sangue reale - I bisnonni materni Principi di Taranto - Caterina e Tristano conti di Matera: i nonni - Mamma Isabella dei Chiaromonte di Lecce - Il padre Ferrante erede di Alfonso il Magnanimo; 2. Figlia della cometa di Halley - Le nozze di stato diventate favola con prole - La famiglia cresce: Eleonora è secondogenita - Neonata col nome dell'Imperatrice - La cometa di Halley come flagello del 1456; 3. La principessina di Napoli - Peste a Palazzo Reale: morte del Re nonno - I genitori diventano sovrani di Napoli - La Corona in rovina: la madre fa la colletta; 4. Il matrimonio con la casata estense - Immortalata bambina dall'arte sacra - La malattia della madre che si cura a Pozzuoli - Cresciuta nella corte che valorizza la moda - Il fallito matrimonio col duchino di Milano - Don Diego Cavaniglia conte di Conza: l'amante; 5. Una duchessa amata da Ferrara - Eleonora sposa Ercole d'Este: è Duchessa - La nascita dell'erede Alfonso turba gli Estensi - Ferrara salvata dalla sommossa - Vicària del Duca durante la Guerra del Sale - I matrimoni di Alfonso e di Beatrice col Moro - I mal d'orecchio e di stomaco, la morte.
Gisotta Baucia. Isotta Ginevra del Balzo fu Pirro
Arturo Bascetta
Libro
editore: ABE
anno edizione: 2022
pagine: 112
Isotta, detta Gisotta, era molto amata non solo dalle popolazioni dei feudi dotali e di quelli appartenuti al marito, ma anche dai Napoletani. Si dice che per lei stravedesse anche l'Imperatore Carlo V, il quale, non mancò di fargli riverenza dentro casa. Così Campanile: - Per lo che venedo in Napoli l'Imperadore Carlo V andò à visitarla fino a casa. Isotta passò a miglior vita nel 1530, a settant'anni compiuti, molti dei quali mai in solitudine, nonostante le infinite crudeltà subite dalla sua famiglia. «Morì Gisotta negli anni di nostra salute M.D.XXX, essendo ella d'anni settanta, e fu seppellita in S.Chiara di Napoli». Sulla pietra tombale monumentale fu scolpito un memorabile saluto. Forse gli altri protagonisti della sua vita ebbero più fortuna. Fra essi sicuramente si possono annoverare le sorelle: Isabella Regina da una parte e Antonia nel Marchesato dei Gonzaga dall'altra. Ruggero de Pacienza, nel suo Balzino ne traccia il profilo migliore. Lei, la figlia di Pirro, il Principe di Altamura, dall'infanzia nel «Duceto» venosino di Calabria, e dal complicato matrimonio col Duca di Ariano. È De Guevara, Conte di Apice, fatto Marchese del Vasto, quando le regalò la gonnella imperiale, in uso da Apice ad Andria. Purtroppo dovrà fare i conti con il Re per la prigionia del padre e la morte del fratello, fino a scampare lei stessa al limoncello avvelenato che però uccise il marito. Da qui il doppio gioco fra Re e ribelli della Congiura dei Baroni di cui Ysotta divenne maggior complottista, trattando il Papa, e incontrando i nemici del Re nel covo di Lacedonia e nella Baronia. Isotta fu a Roma e fece rapito il Principe Federico a Cetara, ma l'erede fu assediato sul fiume Calore di Apice e il covo irpino scoperto da Re Ferrante che trattiene i ribelli pugliesi in cattività. Poi la fine delle ostilità, l'arrivo dell'Imperatore Carlo V in visita alla vedova e sua morte in pace.
Bona Sforza regina di Cracovia. Il Rinascimento di Napoli sul trono di Polonia
Virgilio Iandiorio
Libro: Libro in brossura
editore: ABE
anno edizione: 2023
pagine: 128
Questa storia riguarda il matrimonio di una discendente degli Aragonesi, Bona Sforza, la pronipote di Ferdinando I, andata sposa al re di Polonia, nella prima metà del XVI secolo, cantata dal poeta Colantonio Carmignano; ma anche oggetto di "pettegolezzo" come nelle note di Ascanio Silvio Corona. Possiamo definire culture periferiche quelle storie d'amore che andarono sulla bocca dei contemporanei di quegli eventi. Nell'accezione della lingua greca antica: periphéreia indica la circonferenza, la linea circolare e il verbo periphéro significa portare intorno, far girare, ma anche diffondere, far conoscere. Ed è quello che fecero quanti raccontarono quelle storie. L'atteggiamento della società nei confronti delle donne è il riflesso di questa, con le sue tradizioni, la sua mentalità, i suoi pregiudizi. Di volta in volta le donne diventano protagoniste o oggetto, fanno la storia o la subiscono. E gli uomini sono a volte seducenti romantici, a volte possessivi e maniacali. Nella vita di una donna si succedono eventi come l'amore, il matrimonio, le crisi familiari e domestiche, i figli, le separazioni, le volontà ultime. Non solo eventi nella sfera del privato, ma anche rapporti con l'esterno: la donna e la religione, la donna e l'arte, la cultura e l'istruzione, per tanto tempo anche negata, la donna e la realtà sociale, il lavoro e la politica. Spesso risulta difficile sottrarre l'immagine della donna dallo stereotipo e dall'astrattezza e calarla nella realtà viva. La signora, la serva, la contadina, la balia, la maestra, la prostituta, l'operaia non sono tipi, ma persone che vanno sottratte all'anonimato della quotidianità. La documentazione esistente presso gli Archivi di Stato italiani sottolinea la presenza femminile in una vastissima quantità di documenti, la cui lettura, di estremo interesse, risulta complessa e, se fatta da angolature non corrette, può risolversi frammentaria e incompleta Il tema dell'eros, che sembra essere sempre lo stesso nel tempo e nello spazio, si presenta invece ogni volta in modi diversi. Amore, sessualità, famiglia, matrimoni… sono gli aspetti della vita privata dei nostri progenitori che venivano trasmessi ad un pubblico il più esteso possibile. Anche con il racconto erotico si va alle radici della nostra cultura; significa estendere il discorso ad altri aspetti di essa, dai rapporti familiari alle pratiche sociali, dal costume alla relazione tra i sessi. I racconti più antichi finiscono con il diventare dei miti. E i miti, come si sa, raccontano storie fantastiche nelle quali agiscono gli esseri mortali e le forze della natura. A questi racconti trasmessi oralmente e sedimentati nella memoria collettiva era affidata una funzione culturale importante. La ripetizione di questi, come di altri racconti, contribuiva a creare e a consolidare una identità, trasmettendone le credenze, i riti, le istituzioni sociali e religiose, il patrimonio culturale. I racconti erotici non sono affidati ad una narrazione fissa e immutabile. Essi potevano subire dei cambiamenti ogni volta che venivano raccontati. Il racconto come creazione. E questo spiega le varianti apportate ad un medesimo racconto; si tratta a volte di semplici particolari, a volte di versioni contrastanti.
Eleonora d'Aragona e Costanza di Capua. Le due mogli napoletane di Ercole d'Este duca di Ferrara
Sabato Cuttrera
Libro: Libro in brossura
editore: ABE
anno edizione: 2025
pagine: 228
"Questo libro contiene più di una storia da leggere d'un sol fiato, sembra un romanzo, ma non lo è. E nella vicenda dello Zio della sposa che ama la nipote, sfidato a duello da Ercole, c'è tutto il Rinascimento da leggere, da gustare, da amare. Come tutte le cose belle che finiscono presto, non pote' quella vicenda protrarsi alla lunga, specie per una serie di pettegolezzi che portarono il fatto a conoscenza dello zio della ragazza, il quale si infatuò anch'egli della bella nipote, peggiorando la posizione degli sposi segreti. - Fra tanto la cameriera piena di dolore per essere stata per il favore che la sua nemica aveva con Altobella licentiata, desiderando di ritornare alli servigi della padrona, pregò e fe' pregare il signor Galeazzo Pannone che si fosse interposto con sua sorella a volerla pigliare massimamente che per leggiera occasione era stata licentiata. Non mancò Galeazzo di passar l'officio con sua sorella, acciò la pigliasse in sua casa, ma tutto fu in danno per causa del favor che teneva con quella, la sua nemica. E perché era alquanto appariscente e di vista, Galeazzo portò gl'occhi addosso, fece pensiero di tenerla a suo piacere, massimamente che viveva da soldato senza donna in casa. Era Galeazzo bravo e coraggioso et a più d'una prova s'era fatto conoscere per tale. Onde appresso del Re Alfonzo era salito in grand'estimazione e da quell'haveva ricevuto molte onorate mercedi. Posto dunque ad effetto il suo pensiero, se la prese in sua casa, godendola amorosamente e con gran piacere di quella, la quale non contenta degl'abbracciamenti del padrone, volle assaggiare quelli d'un servo che Galeazzo teneva fra gl'altri al suo serviggio. Di fiorita gioventù di maniere, e di volto gratioso e bello a paro di qualunque altro col quale scherzando licentiosamente più di quello si conveniva, diede materia a Galeazzo di accorgersi de loro amori, e non volendo incrudelire contro di loro amori, fattole insieme sposare, se li tolse di casa. Fra tanto Galeazzo teneva stretta prattica con Altobella, sua sorella, di conseguire per sposa a Costanza e tenendo il matrimonio per sicuro, n'aveva anco procurato la dispenza da Nicolò V Sommo Pontefice qual'esso Galeazzo era caro per molti serviggi a pro della chiesa prestati, ma benché sua sorella avesse condisero al matrimonio, con tutto ciò trovò tanta repugnanza la cagione, stava il più confuso e malcontento uomo del mondo. E la povera Costanza vedendosi da sua madre, perseguitata a volerla forzare a sì fatte nozze, si può considerare come stasse dolente. Per la qual cosa ne cadde infermo a letto con pericolo di lasciarvi la vita, era publica per la città e per la corte così la pretenzione di Galeazzo come il continuo martellare che si faceva a Costanza dalla madre e dalla Contessa di Caserta, sua zia, acciò desse il consenso alle nozze. Non restò alla ragazza, nonostante il tradimento, di chiedere aiuto al grande amore della sua vita. E riecco la figura di Ercole spuntare nella cronaca d'amore. Ercole decise allora la sua vendetta verso lo Zio della moglie, suo violentatore e vigliacco traditore, avendola lasciata nelle braccia del suo servo. Insomma questa fu la risoluzione e, trovatolo una mattina nell'anticamera del Re, toccò all'amato prendere di petto la situazione."
Il generale di Napoli: Don Giovanni d'Austria, il figlio di Carlo V Imperatore a Granada, Lepanto e Bruxelles nel manoscritto inedito di Corona
Arturo Bascetta
Libro: Libro in brossura
editore: ABE
anno edizione: 2023
pagine: 118
Prima non c'era e adesso c'è. Il manoscritto di Silvio Corona di fine Cinquecento vede la luce a stampa tipografica, sebbene diviso in capitoli per l'elevato numero di episodi amorosi e non riferiti ai suoi protagonisti. Stavolta Bascetta ha riletto e trascritto in volgare il capitolo, mai dato alle stampe, dedicato a Don Giovanni d'Austria. La nascita da madre vergine, fatta risposare dall'amato Imperatore Carlo V all'avvocato di provincia, è un buon inizio per la trama sottile portata avanti da Corona, e poi dal figlio Ascanio, nell'altra copia letta e perduta della biblioteca di Minieri Riccio, che differisce in diversi episodi dall'originale trascritto da Bascetta. E' la storia del piccolo Jeromin, canzonato dal figlio del fratellastro Re delle Spagne, Filippo II, perito in prigione per volere dello stesso genitore che seguì le volontà testamentali di Carlo V: Don Giovanni non si tocca. Un motto che valse per chiunque e che presto lo vide alla guida degli eserciti imperiali, sopratutto quelli dei popoli italici e degli amati napoletani. E così, il garzone del balio camerario, cresciuto nell'ombra e come in una favola, si trasforma da servitore a servito e diviene signore del finto padre. Bellissimo, ricchissimo e potentissimo, Don Giovanni ci mise poco, stando all'affascinante cronaca del Corona, a scalare tutte le tappe degli uomini d'arme, a danno della carriera da Cardinale, che pure avrebbe perseguito, e a cui rinunciò per non diventare di sicuro papa. Gli amori perduti di belle milanesi e focose napoletane, proprio in questa cronica, che è il trionfo del Rinascimento, vengono però offuscati da due guerre che volgono al termine. La conquista di Granada con la cacciata dei Mori, dopo 600 anni, è un punto di arrivo inimmaginabile per un giovane di 21 anni. Ma è soprattutto è la deportazione dei vinti a Castiglia, ovvero la consegna dell'Andalusia ai coloni di Galizia e Asturia per il ripopolamento di quei territori, strappati ai Maomettani e da ricristianizzare, a fargli guadagnare le eccessive simpatie del Papa. Proprio per l'operazione compiuta egli merita il vessillo del Vaticano per un'ultima Crociata contro gli infedeli, che bruciano credenti e miscredenti nelle mandre dei loro stessi maiali. Glielo consegna in S.Chiara uno dei più invidiosi diplomatici, il nunzio apostolico Granvelle, che presto odierà a morte, appena sarà indicato proprio a Viceré di Napoli. Intanto c'è la missione delicata da portare a termine per cacciare i Turchi, alleati dei barbari africani, infedeli che non intendono abbandonare il Salento, ovvero l'ex Calabria Ultra di una volta. Ma Don Giovanni, ora Capitano generale di terra, ora Ammiraglio di mare, è ormai il cavaliere più potente d'Europa. Tanto è vero che mentre i Veneziani s'accordano a Leuca per evitare la battaglia di Otranto, lui, alla guida della flotta, composta per la quasi totalità da Napoletani, fionda su Lepanto e ottiene la vittoria più famosa del tempo contro gli Ottomani. Un temerario viaggio, da Messina a Marsala e da Marsala sulle coste africane, gli fa riconquistare l'antica Lilibeo dei Romani, dove nasce il Porto d'Austria a lui dedicato. La vita scorre e l'eroe di Corona corre a visitare la sorella Margherita, sposa a L'Aquila. E' tempo di godere dei festeggiamenti a lui riservati, da Parma a Vigevano, anche se cominciano le prime perdite proprio in Calabria. L'omicidio mancato del Viceré, e qualche occhiatina di troppo alla moglie del sindaco di Napoli, gli procurano l'odio che lo porta a esiliarsi in Procida prima di ripartire per la conquista di Tunisi e dell'Albania. La voglia di riscatto e la sua potenza sono tali da rinunciare alla corona albanese. Depone anche le armi dell'amore per la baronessa, per la bella Diana di Sorrento e per Donna Zenobia. Rinuncia perfino all'affetto per la figliola Giovanna, frutto degli intrighi, affidata alle monache di S.Chiara.
Il governatore di Firenze. Carlo Duca di Calabria e Vicario di Napoli
Arturo Bascetta
Libro: Libro in brossura
editore: ABE
anno edizione: 2023
pagine: 200
Siamo ormai negli anni in cui Carlo aveva raggiunto l'età della ragione, della consapevolezza e della conoscenza delle vicende familiari. Alla Regina Sancia, senza figli e senza più nemmeno figliastri da allevare, non restò che dare l'anima a Dio. Il fermento religioso che l'animava in realtà frenò questo processo moderno, ma non fermò il progresso della vena artistica che chiedeva spazio in altri settori, e non solo a corte. Anche la sirocchia vedova d'Ungheria provvide, assieme alla nuora, alla commissione della tavola di Simone Martini, raffigurante san Ludovico di Tolosa che incorona Roberto, dipinta nel 1317, poco dopo la canonizzazione. Essa reca gli stemmi angioini e arpadiani di Maria al fine di promuovere il culto del figlio, e confermare agli ungheresi la legittimità della successione al trono di Sicilia del terzogenito Roberto. Ella stessa ordinò una statuetta d'argento raffigurante san Ludovico di Tolosa, recante la testa e la corona d'oro, per donarla alla badessa di santa Maria Donnaregina, Agnese Caracciolo. La statuina reggeva una reliquia del Santo in una mano, e lo scettro reale nell'altra. Ma questa affascinante biografia è su Carlo, il d'Angiò della progenie materna degli Svevi, Figlio di Jolanda d'Aragona e Duca Roberto, e perciò cugino a Sancia di Mallorca che ebbe per sua matrigna. Carlo è vicario del reame dalla morte del nonno, quando il padre Re Roberto parte per Avignone dove c'è l'incoronazione. Sullo sfondo del libro c'è catarsi nei costumi, la pomposità del vestiario pre-rinascimentale, mentre i parenti trattano la pace con la Sicilia e i d'Angiò consolidano i palazzi di Napoli scippatigli giorno per giorno dai Catalani che tengono prigionieri tutti i familiari.
Charles de Valois: Carlo VIII re di Napoli
Sabato Cuttrera
Libro: Libro in brossura
editore: ABE
anno edizione: 2023
pagine: 144
Sulla carta tutti volevano aiutare Ferrante II d'Aragona a riconquistare il suo reame, ma nessuno immaginò che la spartizione segreta con gli Spagnoli fosse già avvenuta. Lo avrebbero fatto con la sollevazione della stessa Napoli, a cui Carlo di Valois si apprestava a concedere privilegi e esenzioni da 200.000 ducati, sperperando le casse del Regno senza prudenza e senza oculatezza. I Francesi, «parte per incapacità, parte per avarizia, confusono tutte le cose». Nella fretta, insomma, non si riuscì a creare il collante con la nobiltà, neppure con i tanti premi feudali, per via delle difficoltà a entrare in contatto con la corte. Le camere per le udienze del Re furono un'utopia anche per i grandi, perché non veniva «fatta distinzione da uomo a uomo, non riconosciuti se non a caso i meriti delle persone, non confermati gli animi di coloro che naturalmente erano alieni dalla casa d'Aragona» Per non parlare delle «interposte difficoltà e lunghezze alla restituzione degli stati e de' beni della fazione angioina e degli altri baroni che erano stati scacciati da Ferdinando Vecchio». L'odio contro gli Aragonesi, inoltre, andava via via spegnendosi con la sopraggiunta compassione per il giovane Ferrandino, il quale, mentre Carlo VIII meditava di rimandare l'acquisto della sua metà del Regno, preparò la riscossa. Partito da Ischia per la Sicilia Ferrandino si unì quindi allo zio e alle truppe spagnole di Consalvo, ingrossando le fila coi Calabresi che mai lo avevano tradito mantenendo viva la fortezza di Reggio. Anche l'armata veneziana tornava sulle coste pugliesi guidata dal Capitano Antonio Grimanno. Tutto ebbe dell'incredibile, compreso l'ardore con il quale il Re di Francia e la sua Corte fecero un inatteso dietrofront. Con la vana promessa di ritornare Carlo si fece rendere l'omaggio feudale dai Signori e, messa la Corona del Regno sul capo per mano di Giovanni Ioviano Pontano in nome del popolo napoletano, il 22 maggio 1495, si nominò Re di Napoli e ripartì.
Carlo V, l'amore e i notai di Napoli. Atti e donne poco conosciute dell'Imperatore
Arturo Bascetta
Libro: Libro in brossura
editore: ABE
anno edizione: 2023
pagine: 180
Carlo pose a custodia della madre Giovanna il marchese di Denia, don Bernardino l'aguzzino, abile nell'uso della corda come strumento di tortura. Non era migliore del suo predecessore Ferrer, che dichiarava di non avere mai sottoposto la Regina alla cuerda, se non per ordine del padre Ferdinando, appendendola per i polsi, dopo averle legato i pesi ai piedi. Il marchese di Denia scriveva a Carlo dicendogli che prima dei sentimenti filiali dovevano venire gli interessi politici: a volte suggeriva di applicare alla Regina la tortura perché questa sarebbe stata utile alla sua salvezza e certamente avrebbe reso un servizio a Dio e spesso gli ricordava che egli agiva nel suo esclusivo interesse, arrivando a sostituire i frati che, messi vicino alla Regina nel tentativo di convertirla, ne divenivano, invece, amici e difensori, come accadde per frate Juan di Avila. Carlo di Gand, temè fino alla fine che le idee di Giovanna, ormai detta la Loca, una volta libera, potessero fare colpo sul popolo e infiammare il serpeggiante sentimento anti fiammingo mettendo in pericolo il suo potere, l'unica cosa in cui veramente credeva, ardito e ambizioso com'era. Per mantenerlo, più che la madre, preferirà richiamare gli ebrei cacciati dal Regno di Napoli, e dedicarsi alla caccia e agli amori, sebbene i francescani, come Fra' Francesco di l'Agnelina, si scontrasse col Vicerè sui 'zudei', affinché portassero il barrette zalo, come a Venezia. In fondo, anche la nonna paterna di Giovanna, a cui molto assomigliava, Giovanna Enríquez, era ebrea. Chissà se pure l'ava era stata così gelosa di un marito come Filippo il Bello, il quale se l'era spassata allegramente con le belle fiamminghe di corte. E così, tale padre tale figlio, proseguì la tradizione di donnaiolo anche Carlo, ma mai quanto il padre, giungendo al punto di sfigurare i visi di donzelle e schiave more, al solo scopo sessuale. Del resto, con la crisi in atto, anche i conti dovevano tornare. Ecco perché il novello imperatore si circondò di consiglieri e notai riordinando le province del Regno di Napoli e accontentando i baroni, che in cambio, lo ospitavano a corte per la gioia delle nobili donzelle napoletane.

