Sellerio Editore Palermo
Un altro Proust
Giacomo Debenedetti
Libro: Copertina morbida
editore: Sellerio Editore Palermo
anno edizione: 2018
pagine: 122
Questo libro è il testo integrale, pubblicato nel 1952 ih un'edizione rimasta poco conosciuta, della trasmissione «Radiorecita su Marcel Proust» che Giacomo Debenedetti aveva realizzato lo stesso anno. Il grande saggista considerava l'autore della Recherche ben più che uno scrittore, qualcuno capace di «rendere sensibile attraverso le parole ciò che dentro di noi si agita informe e nostalgico di luce». E questa sua operetta critica, recitata in modo originale da "Una donna, il pubblico, un critico", era per lui «un tentativo di dar forma dialogata ad alcune tesi di critica su Proust, precedute dalle notizie utili ad agevolarne la comprensione», tesi che ridefiniscono lo scrittore francese in modo inatteso.
Spia contro spia
Dusko Popov
Libro: Libro in brossura
editore: Sellerio Editore Palermo
anno edizione: 2018
pagine: 448
«Mi fermai a un tavolo dove si giocava al baccarà. Tra i giocatori riconobbi una delle mie bète noire, un lituano dall'aspetto insignificante ma molto ricco, di nome Bloch, particolarmente spavaldo. Non so cosa diavolo mi prese, forse fu il fatto che c'era Fleming alle mie spalle, ma quando Bloch proclamò "banque ouverte!", annunciai con il tono più freddo e distaccato: "Cinquantamila dollari"». Erano soldi che servivano a finanziare un'operazione. Verosimilmente fu questo stile, questo suo modo di fare la spia (e che spia: uno dei più celebri agenti doppi del Novecento) che convinse Ian Fleming a costruire il suo James Bond sul modello vivente di Popov. Nome in codice Triciclo, Dusko Popov è un bon vivant, bello e ricco intellettuale serbo che studia a Friburgo. Uno di quelli che si illudevano di seppellire Hitler con una risata, finirà nelle mani della Gestapo da cui si salva a stento. Riparato a Belgrado, tempo dopo, un ufficiale dell'Abwehr, il controspionaggio tedesco, lo nota e gli propone il reclutamento. Lui è fermamente antinazista ma la prospettiva lo tenta. Così accetta l'arruolamento, prendendo però subito contatto con l’MI6 inglese. E qui comincia la vita da spia raccontata in questo libro: in giro per il mondo, sempre sul filo del rasoio e sempre amando le donne, doppiogiochista ma leale fino alla fine con gli amici. Una carriera con almeno un paio di grandi colpi che hanno inciso nella guerra. «Un classico dello spionaggio» ha detto Graham Greene di "Spia contro spia", perché davvero sembra la trama di un perfetto romanzo di spionaggio. Dusko sa scrivere: gaio, sapiente nel creare la tensione, ironico. Il suo romanzo di una vita sembra il racconto paradossale e frizzante di Ian Fleming, ma corretto da Le Carré. La gaudente leggerezza è quella di James Bond, la metodica professionalità quella di Smiley.
Il sogno di D'Alembert-Il sogno di una rosa
Denis Diderot, Eugenio Scalfari
Libro: Copertina morbida
editore: Sellerio Editore Palermo
anno edizione: 2018
pagine: 179
«A memoria di rosa, non si è mai visto morire un giardiniere». Questa citazione (che non è di Diderot, ma di Fontenelle) aleggia per tutto il dialogo "Il sogno di d'Alembert" - l'opera di Diderot forse più audace intellettualmente, più briosa e ricca - ad ammonire che il limite, negativo, della possibilità di conoscere non può essere scambiato, positivamente, con il limite della possibilità di essere della realtà. E domina, riecheggiata già nel titolo "Il sogno di una rosa", nella continuazione di quel dialogo immaginata da Eugenio Scalfari. "Le rève de d'Alembert" fu scritto da Diderot nel 1769, e conosciuto postumo, in forma di commedia brillante, pettegola, spiritosamente oscena: da un illuminista che credeva che la filosofia non fosse altro che resoconto sintetico dell'ininterrotta conversazione con se stessi e con gli altri, libera, aperta, correggibile, in cui consiste, certo per piacere, forse per dovere, l'appartenenza al genere umano: ed è un capolavoro di materialismo non volgare, ma contiene, in spunti e anticipazioni, le domande discusse oggi dalla cosiddetta filosofia della mente. In tempi probabilmente infelici per l'onestà e il senso di quella conversazione, il gioco di Scalfari più che una continuazione, più che un d'après Diderot, ne è uno scarto verso la malinconia: una cornice per l'oggi. Diderot conversa con mademoiselle de l'Espinasse del suo antico dialogo, e tenta e prova del materialismo la malinconica saggezza, la consolazione infinita, dignitosa e incerta. Questo libro è stato pubblicato per la prima volta nel 1994. Viene riproposto oggi in una edizione accresciuta e con una nuova introduzione in cui Eugenio Scalfari racconta come e perché nacque il progetto di affiancarlo all'autore dell'Encyclopédie.
L'anello mancante. Cinque indagini di Rocco Schiavone
Antonio Manzini
Libro: Libro in brossura
editore: Sellerio Editore Palermo
anno edizione: 2018
pagine: 235
Un ritratto del vicequestore Rocco Schiavone. Cinque tessere che contribuiscono a definire il personaggio per chi già lo conosce e servono come una presentazione per chi non l'ha mai letto. Racconti già pubblicati in varie antologie che questo volume mette insieme per la prima volta. Il primo - che dà il nome all'intera raccolta ed è ampio poco meno che un romanzo breve - ha un inizio macabro, quasi horror: al cimitero, dentro una cappella gentilizia, viene trovato un cadavere sconosciuto disteso sopra la bara di un'altra; unico indizio uno strano anello nuziale. Ma presto la storia prende le vie tipiche che ispirano Antonio Manzini: innestare su un'indagine poliziesca misteriosa disagi esistenziali, denuncia sociale, sentimenti profondi; il tutto narrato con un umorismo ironico che sfiora il sarcasmo, fatto di battute rapide e paradossi, che nella misura breve dei racconti sembra persino accentuarsi per concentrazione. Le altre storie che seguono - tre amici in gita alpinistica finita con il morto; una partita di calcio truffaldina tra uomini di legge; un delitto nella «camera chiusa» di un treno; un innocuo eremita ucciso in una chiesetta abbandonata - sono indagini che portano, secondo l'umor nero che non lascia mai Schiavone, a «una conclusione scomoda, squallida, triste, più del cielo di questa città». Lui, il protagonista indiscusso, è un poliziotto non integerrimo, spesso ai limiti della brutalità, ma che sa riconoscere una persona vera ovunque e comunque si presenti. Un uomo che non sopporta il tempo in cui vive, per tanti motivi, ma soprattutto perché gli ha strappato la cosa più importante della vita.
Aristotele e la Casa dei Venti
Margaret Doody
Libro: Copertina morbida
editore: Sellerio Editore Palermo
anno edizione: 2018
pagine: 343
Aristotele detective è posto di fronte alla reputazione del suo venerato maestro, Platone; ed è chiamato a sciogliere l'intricato mistero del suo soggiorno a Siracusa. Un giorno va all'Accademia, la scuola fondata dal creatore del Mondo delle idee, per incontrare un messaggero venuto dalla grande città siciliana. L'uomo ha con sé la lettera di un «ignoto amico»: venite a salvare Platone - è il senso dello scritto - la sua reputazione è minacciata da «riservati e potentissimi documenti, e da alcuni altri oggetti. Non lasciate che il suo nome sia distrutto per sempre!». Ma quando lo Stagirita arriva, trova il messaggero morto stecchito, e uno strano suo schiavo che sembra un individuo sospetto. Dopo molti tentennamenti, l'inventore della Metafisica occidentale decide di partire in compagnia del suo «Watson» Stefanos. Arrivato a Siracusa lo ospitano nobili signori in case eleganti. Si discute di politica, di costituzioni, di libertà e di tiranni, e le opinioni, in maggioranza, sono contrarie alle idee che Platone decenni prima voleva trasmettere ai governanti siciliani. Però nessun segno si rivela dei documenti che hanno spinto Aristotele a muoversi da Atene. Quando, dopo un simposio, il filosofo scopre un altro cadavere: è Periandro, il siracusano che per primo lo ha ospitato, ucciso con una tagliente ossidiana, un delitto goffamente camuffato. Poco prima una bellissima danzatrice, Ninf adora, ha avvertito l'acuto ateniese di oscure inimicizie donandogli una moneta che dovrebbe essergli di guida nella sua inchiesta. Complotti, avventure, una quantità di personaggi con cui il detective classico avrà a che fare, ma forse la vera sfida simbolica è tra il suo metodo di logica della scoperta e l'astratta visionarietà del terribile maestro. E sullo sfondo scorre la contesa tra la democrazia e la tirannide nelle antiche città, e soprattutto la lotta contro i Cartaginesi per l'egemonia nella ricca Sicilia.
Tutto per nulla
Walter Kempowski
Libro: Copertina morbida
editore: Sellerio Editore Palermo
anno edizione: 2018
pagine: 463
Prussia orientale, inverno 1945. È iniziato l'esodo dei tedeschi in fuga dall'Armata Rossa sovietica che avanza verso ovest. Il podere di Georgenhof, con la sua comoda residenza, è sul corso di quel fiume di persone, la cui massa va gonfiandosi ogni giorno. Ne sono proprietari i von Globig, piccola nobiltà decaduta. Il padre Eberhard è un ufficiale impegnato in un fronte lontano. Restano a vivervi, in una quotidianità ancora tranquilla e florida, la madre Katharina, bella e delicata signora, la «zietta» che con rigore conduce gli affari di tutti, il figlio dodicenne, bambino solitario esentato per malattia dal servizio nella Hitlerjugend. In quell'isolamento campagnolo, ricevono viandanti, soprattutto nelle notti cariche di neve: solo che adesso, questi, sono individui braccati dalla guerra. Passano sfollati, perseguitati, fuggitivi, strampalati, disperati, intraprendenti, gente di ogni genere. Ciascuno racconta di sé e nella sua vicissitudine rappresenta i vari punti di vista che i contemporanei tedeschi, in quelle condizioni di disfacimento del loro regime, dovevano avere sul Nazismo, sulla guerra, sui nemici, sul presente visibile ed occulto, sul loro futuro. Così la villa diventa il luogo in cui rimbombano le opinioni ordinarie dei tedeschi sulla loro storia. Intanto matura lentamente la tragedia della famiglia. Al podere vivono anche un polacco e due ucraine a servizio, trattati benevolmente dai von Globig, ma malvisti, in quanto stranieri, dai coloni di un villaggio rurale costruito dal regime nelle immediate vicinanze. Lì l'autorità indiscussa è Drygalski, un piccolo gerarca, fanaticamente attento all'educazione paramilitare dei giovani. Tutti avranno la loro sorte, accelerata da un evento drammatico. E un'amara, silenziosa, epopea carica di sensi di colpa, su cui la trattazione letteraria ha a lungo taciuto. L'autore la guarda crudamente e senza giudizi, con documentaristico rigore (persino nelle canzoni e nei film) e insieme visionarietà. Cosa li aspetta? Chi si salverà? C'è ancora una speranza per loro ?
La clinica Riposo & pace. Commedia nera n. 2
Francesco Recami
Libro: Copertina morbida
editore: Sellerio Editore Palermo
anno edizione: 2018
pagine: 207
La clinica Riposo & Pace sorge in un luogo ameno su ridenti colline, dove è tutto un cinguettar di uccellini su prati tosati a dovere, gli edifici lindi e luminosi, il personale amabile. Proprio in fondo al parco si intravede un padiglione un po' appartato; è lì che Riposo & Pace si trasforma in stress e conflitto, una vera e propria lotta per la sopravvivenza. Alfio Pallini viene portato con la forza e con l'inganno nella villa dagli affezionati nipoti, ridotto all'impotenza si accorge ben presto dove sia capitato, sedazioni su sedazioni, personale robusto e convincente, legacci e sbarre. Quel che più inquieta l'arzillo vecchietto è che il suo vicino di letto cambi di continuo, i nuovi arrivati non fanno in tempo ad ambientarsi che vengono portati via coperti da un lenzuolo bianco. Alfio, che già progettava la fuga, diventa ancor più sospettoso, nasconde i farmaci, va curiosando, origlia le chiacchiere delle dispotiche infermiere, cerca di mettersi in contatto con il suo antico badante, l'unica persona di cui si fidi, colui che potrebbe fargli guadagnare l'agognata libertà. Non demorde, non si arrende, e le sue reazioni allarmano medici e inservienti che decidono di procedere con maniere forti e definitive. Ma qui avviene quel che non ti aspetti. Questa parodia fantastica e feroce, che mette alla berlina la medicalizzazione del disagio quotidiano, l'ipocrita rivalutazione dei valori dell'essere anziani, la buona morte, i falsi affetti familiari, è uno dei momenti di un progetto narrativo più vasto. Con la serie «Commedia nera» (pezzi di teatro narrato, che si svolgono in un solo luogo) Francesco Recami prende a bersaglio della sua comicità i paradossi sociali più evidenti e più fastidiosi dell'epoca. Secondo lui, il ghigno e la risata raggiungono l'amaro esistenziale del nostro essere sociale meglio di ogni retorica drammatica. E l'effetto di «ridere piangendo» che danno le sue pagine sembra dargli ragione.
L'estate del '78
Roberto Alajmo
Libro: Libro in brossura
editore: Sellerio Editore Palermo
anno edizione: 2018
pagine: 173
Prendere per mano i lettori, invitarli in casa, guardare assieme le foto dell'infanzia, raccontare la parte più inconfessabile di sé e della propria famiglia. Roberto Alajmo, nella sua opera più necessaria e personale, ha trasformato un materiale intimo e doloroso nel romanzo di una vita. Luglio 1978: lo scrittore è uno studente in attesa degli orali dell'esame di maturità, studia con i compagni a Mondello, vicino Palermo, e a fine giornata esce insieme a loro per riposarsi, rifiatare, mangiare un gelato. Una passeggiata di trenta metri e lì, seduta sul marciapiede, trova la madre. Lei lo guarda riparandosi dal sole con la mano. «Mamma, che ci fai qui?». È l'ultimo incontro tra Elena e suo figlio Roberto, il momento da cui scaturisce questo libro, l'investigazione familiare di uno scrittore su un evento che ha segnato la sua giovinezza e la sua maturità: l'esistenza intera. È la storia di un addio di cui il ragazzo non aveva avuto sentore, la ricerca di un senso per il commiato improvviso di una madre dal marito, dai figli, dalla vita stessa. Il ritratto di una donna che voleva afferrare il mondo, e il mondo le scappava dalle dita. Un dramma di disagio domestico come forse se ne consumavano tanti, in quegli anni, nel chiuso segreto degli appartamenti della borghesia italiana.
La scuola semiotica di Tartu-Mosca nel carteggio tra J. Lotman e B. Uspenskij
Jurij Mihajlovic Lotman, Boris A. Uspenskij
Libro: Libro in brossura
editore: Sellerio Editore Palermo
anno edizione: 2018
pagine: 323
Tra il 1964 e il 1993, Jurij Lotman e Boris Uspenskij, letterato il primo, linguista il secondo, si scambiarono le missive che formano questo carteggio. I due erano i fondatori e i massimi esponenti della scuola semiotica di Tartu-Mosca, della quale in prefazione Gianni Puglisi illustra il ruolo come centro propulsore della rivoluzione gnoseologica accesa dalla scienza dei segni e la posizione nel dibattito contemporaneo. Isola di libertà di pensiero, pur entro il regime sovietico, la scuola di Tartu rappresentava tra le diverse tendenze quella che sosteneva un allargamento dell'indagine segnica a tutti i campi, verso una semiotica della cultura. Così Lotman e Uspenskij indicavano all'indagine segnica nuove prospettive. «Ne diamo una rapida campionatura - scrive la curatrice del volume, Giovanna Zaganelli: - semiotica dell'arte, semiotica della pittura antica, zoosemiotica, semiotica dello spazio e del tempo, semiotica della letteratura, semiotica della cultura, semiotica della fabula, semiotica del cinema, semiotica dell'icona russa, semiotica del teatro dei burattini, semiotica del testo mistico. Il ventaglio terminologico che si è aperto spiega molto bene alcuni aspetti fondamentali della Scuola». Della vicenda della scuola di Tartu-Mosca, il carteggio offre ampia testimonianza. Così come dello stile di lavoro e dell'interculturalità dominanti. Ma non si ferma qui. Intanto, è una bella lettura, dal momento che i due autori hanno uno stile narrativo e scrivono, con spirito spontaneo, di vicende quotidiane, mescolando fatti culturali, cose che succedono a intellettuali, con faccende spicce, come fossero racconti minimali. Inoltre è un documento storico, in quanto parla di storia sovietica nelle due epoche cruciali in cui si articolò il tardo Novecento. L'età dinamica del «disgelo» chrusceviano e l'età della stagnazione brezneviana. Infine, riluce in queste pagine la vicenda di una bella, felice amicizia a tratti commovente: una di quelle amicizie che Aristotele avrebbe detto «amicizia per virtù».
Tokyo soundtrack
Hideo Furukawa
Libro: Copertina morbida
editore: Sellerio Editore Palermo
anno edizione: 2018
pagine: 759
All'inizio è l'eden, l'incanto di un'isola in cui l'uomo sembra non aver lasciato traccia. Ma durerà poco, perché al contrario l'attività umana ha stravolto il mondo. Tokyo è diventata una metropoli surriscaldata e impazzita, in cui la natura non ha più regole, i ciliegi sono sempre in fiore, zanzare e insetti trasmettono ogni tipo di malattia tropicale. Tutto è ostile, anche il clima politico: la suscettibilità verso gli stranieri è altissima, l'immigrazione clandestina ha cambiato il volto della società, e va combattuta a ogni costo. Può sembrare un romanzo distopico, di pura immaginazione, invece, nel rovesciamento paradossale che appartiene a ogni finzione letteraria, molto è vero. Sono veri i luoghi, le strade, le tensioni e le atmosfere che vediamo noi stessi nelle nostre città. Più che vero è il ritratto della sensibilità dei personaggi, dei ragazzi che sono al centro di una storia unica, quasi una nuova declinazione del realismo magico, in cui convergono fumetto manga e furore punk, per creare un romanzo di formazione del XXI secolo. I protagonisti hanno in comune un passato straordinario. Sono dei sopravvissuti, grazie al loro istinto e a un'intuizione profonda dei ritmi e delle regole della natura. Riportati alla civiltà, le loro vite prenderanno strade diverse, ma finiranno per convergere nel caos elettrizzante e tossico della capitale giapponese. Lei è ribelle e carismatica, lui solitario e introverso. Assieme vorranno sognare un cammino comune e imporre la loro diversità a un mondo condannato a un doloroso e inarrestabile declino.
Una variazione di Kafka
Adriano Sofri
Libro: Libro in brossura
editore: Sellerio Editore Palermo
anno edizione: 2018
pagine: 209
Un biografo ha scritto che «una singola sillaba in Kafka può suscitare le emozioni del lettore fin nel profondo». Ecco, io sono uno di questi. Nel mio caso si tratta di una parola, benché a variare siano solo due sillabe. La parola è Strassenlampen (lampioni), e sta all'inizio della seconda parte della Metamorfosi. Tutto è cominciato quando mi sono accorto che nella più classica traduzione italiana invece dei lampioni c'era un tram. Come si fa a prendere un tram per dei lampioni? Ho guardato in giro: in una quantità di traduzioni nelle più diverse lingue sbucava il fantomatico tram. Che in tedesco si chiama Strassenbahn. Se un commesso viaggiatore può svegliarsi trasformato in uno scarafaggio, direte, anche un lampione può trasformarsi in un tram. L'apparente strafalcione, tram per lampioni, era già nella prima traduzione della Metamorfosi, uscita anonima nel 1925, un anno dopo la morte di K. Risalendone la peripezia ci si imbatte nell'appropriazione indebita di quella traduzione da parte di un gran signore delle lettere universali come Jorge Luis Borges. La traduttrice vera era Margarita Nelken, una donna spagnola dalla vita brillante, tumultuosa e triste. Non era questo però a motivare il fervore che mi aveva preso. Il fatto è che a un certo punto mi è sembrato che il tram al posto dei lampioni fosse più bello, e che illuminasse la conclusione stessa del racconto. E non fosse un errore - Strassenlampen e Strassenbahn possono confondersi - ma una variante introdotta dallo stesso Kafka. Proporre una correzione addirittura della Metamorfosi è quasi come sfidare la lettera delle sacre scritture per le quali si fanno guerre micidiali. La filologia laica risparmia lo spargimento di sangue, tutt'al più qualche spargimento di cattedre. Ma è stato bello immaginarsi alleato di Kafka contro l'ordine tipografico costituito. Lettrici e lettori scusino le pagine pedanti: si possono saltare e riprendere dove la trama - il tram - torna sui suoi binari. (Adriano Sofri)
Leningrado
Giuseppe Tornatore, Massimo De Rita
Libro: Copertina morbida
editore: Sellerio Editore Palermo
anno edizione: 2018
pagine: 358
Il lavoro forse più lungo del regista Giuseppe Tornatore è un film inesistente. Circa cinque anni in viaggi, indagini, ricerche d'archivio, incontri, interviste con testimoni, dietro alla pellicola da girare. "Leningrado" è la storia di una violoncellista e dei suoi figli e familiari durante l'assedio della città di Pietro il Grande da parte dei tedeschi nella Seconda guerra mondiale. Un film epico che attraverso il tragico individuale avrebbe messo in scena gli orribili 900 giorni dell'assalto nazista a Leningrado, per fissarli nel ricordo che ancora non le viene riconosciuto. Tutti sanno di Stalingrado e della sua difesa. Pochi hanno idea del supremo martirio di Leningrado. Hitler aveva deciso di prenderla senza spreco di armamenti, letteralmente per fame, in tre mesi di assedio secondo i calcoli dei suoi esperti nutrizionisti. E invece i leningradesi sopravvissero per tre anni vittoriosamente. Ci riuscirono lungo mesi di orrore: il cannibalismo e il sacrificio dei figli più deboli per destinare il cibo ai più forti, il feroce rigore dei controlli degli apparati di sicurezza. Ma ci riuscirono innanzitutto perché seppero nutrire lo spirito, se non potevano i corpi. La vita intellettuale della città dell'Hermitage e del teatro Kirov, di Sostakovic (che proprio in quei giorni compose la Settima Sinfonia), non si attenuò nemmeno per un giorno. Tutto questo è rappresentato in "Leningrado", la sceneggiatura qui pubblicata del film invisibile di Tornatore. Ma il libro non è solo questo. Il regista ricostruisce in un'ampia Nota le peripezie che hanno segnato i tentativi di produzione fin dai primi momenti. L'andamento delle ricerche storico documentali, la ricognizione delle location, gli incontri con i diversi possibili finanziatori, ciascuno con il proprio interesse da far valere (non sempre e non solo economico) e con la propria tattica aziendale, in una dialettica viva con le ragioni culturali degli autori. Insomma è la concreta industria del cinema che ci passa davanti agli occhi, in una cronaca senza egocentrismi e senza gossip; come il backstage su un film mai nato.

