SE
Fuori di questo mondo
Ioan Petru Culianu
Libro: Libro in brossura
editore: SE
anno edizione: 2024
pagine: 256
“Il problema della conoscenza si delinea agli occhi di Culianu, sempre più con il passare degli anni, come il problema della «mente», della sua oscura capacità di accesso a, tendenzialmente, infinite dimensioni spazio-temporali. I «viaggi dell’anima» – che questo libro indaga in una molteplicità di culture, ricercando elementi di unità – sono esattamente le tracce di questo periplo nella mente e nell’immaginazione umana, la quale produce forme storiche ricorrenti ma anche, sorprendentemente e inspiegabilmente, inattese (e sono quei casi dove Culianu sembra forzare una forma dentro l’altra, pur di conservare una costante nell’inesplicabile). La mente diviene l’oscuro territorio di una ascesi e di uno sconfinamento oltre le ristrette frontiere del reale; i confini di quell’unica dimensione a cui il reale viene ridotto dall’uniformità della percezione comune, a cui Culianu contrappone l’aristotelico «senso interno», prodromo di quella che lui chiamerà la «mente». Certamente, questo processo, questo cammino dall’oscurità della storia alla unitarietà di princìpi semplici a fondamento di tutto, che Culianu intraprende affidandosi ai saperi più avanzati, compresi quelli tecno-scientifici della contemporaneità, ricorda il cammino degli gnostici capaci di liberare la scintilla di luce contenuta nella prigione della materia sospingendola, attraverso una pluralità di mondi, verso l’oltre, l’ignoto o l’indefinibile dio di luce, la Mente perfetta, l’anarchos, senza cominciamento né causa, che parla, con voce di tuono, in uno dei più enigmatici e potenti manoscritti di Nag Hammadi. E, come spesso accade leggendo l’opera di Culianu, si ha la sensazione di una circolarità dei pensieri che mai davvero scompaiono ma ritornano sotto sempre nuove forme, aggiungendo sfumature mai prima percepite.” (Dallo scritto di Federico Ferrari)
L'ombra e la grazia
Simone Weil
Libro: Libro in brossura
editore: SE
anno edizione: 2024
pagine: 208
«Caro amico, sembra proprio che sia giunto il momento di dirsi addio. Non sarà facile per me avere spesso sue notizie. Spero che il destino risparmierà questa casa di Saint-Marcel dove vivono tre esseri che si amano. È qualcosa di così prezioso. L’esistenza umana è così fragile e così esposta che non posso amare senza tremare. Non ho ancora potuto rassegnarmi a che tutti gli esseri umani oltre a me non siano completamente preservati da ogni possibilità di sciagura. E questa è una grave mancanza al dovere di sottomissione alla volontà di Dio. Lei mi dice che nei miei quaderni ha trovato, oltre a cose che aveva pensato, altre che non aveva pensato, ma che si era atteso; dunque le appartengono, e spero che dopo aver subìto in lei una trasmutazione, esse riemergano un giorno in una delle sue opere. Perché è certamente ben preferibile per un’idea unire la propria fortuna alla sua che non alla mia. Sento che la mia quaggiù non sarà mai buona (non è che io ritenga che sarebbe migliore altrove: non lo posso credere). Non sono qualcuno con cui sia un bene unire la propria sorte. Gli esseri umani l’hanno sempre più o meno presagito; ma, non so per quale mistero, le idee sembrano avere meno discernimento. Non auguro niente di più a quelle che mi sono venute incontro che un buon consolidamento, e sarei molto felice che trovassero ospitalità sotto la sua penna cambiando forma in modo da riflettere la sua immagine. Questo diminuirebbe un po’ per me il senso di responsabilità, e il peso schiacciante del pensiero che io sia incapace, a causa delle mie diverse tare, di servire la verità così come mi appare, quando si degna, come mi sembra, di lasciarsi talvolta percepire da me, con un inconcepibile eccesso di misericordia. Prenderà tutto questo, penso, con la stessa semplicità con cui glielo dico. Per chi ama la verità, nell’operazione di scrivere, la mano che tiene la penna e il corpo e l’anima che vi sono uniti, con tutto il loro involucro sociale, sono cose di infinitesimale importanza. Piccolezze di infinitesimo ordine. È per lo meno l’importanza che io attribuisco, riguardo a quest’operazione, non soltanto alla mia persona, ma anche alla sua e a quella di tutti gli scrittori che stimo. La persona di coloro che in misura maggiore o minore disprezzo conta per me solo in questo ambito. Non so se le ho detto, a proposito di questi quaderni, che può leggerne i passi che vorrà a chi vorrà, ma che non bisogna lasciarne nessuno nelle mani di qualcuno... Se per tre o quattro anni non sentirà parlare di me, se ne consideri interamente proprietario. Le dico tutto questo per partire con lo spirito più libero. Mi dispiace soltanto di non aver potuto confidarle tutto quello che porto ancora in me e che non è sviluppato. Ma fortunatamente quello che è in me, o è senza valore, oppure risiede fuori di me, sotto una forma perfetta, in un luogo puro dove non può subire alcun attacco e da dove può sempre ridiscendere. Pertanto, nulla di quanto mi concerne può essere di una qualche importanza. Mi piace anche pensare che, dopo il leggero choc della separazione, qualunque cosa mi possa accadere, lei non proverà mai alcun dispiacere per questo, e se talvolta le accadrà di pensare a me sarà come a un libro che si è letto nell’infanzia. Non vorrei avere mai altro spazio nel cuore di nessuno degli esseri che amo, per essere sicura di non recare loro mai alcuna pena. Non dimenticherò la generosità che l’ha spinta a dirmi e a scrivermi alcune di quelle parole che riscaldano, anche quando, come nel mio caso, non è possibile credervi. Ma sono comunque un sostegno. Troppo forse. Non so se potremo per molto tempo ancora darci reciproche notizie. Ma occorre pensare che questo non ha alcuna importanza». (Lettera di Simone Weil a Gustave Thibon, 1942). Con uno scritto di Gustave Thibon e una nota di Massimo Raffaeli.
Il verbo degli uccelli
Farid ad-din Attar
Libro: Libro in brossura
editore: SE
anno edizione: 2024
pagine: 248
Le notizie tramandateci su Farid ad-Din ’Aṭṭar, uno dei più celebri poeti mistici persiani, sono scarse e incerte. Visse tra il 1100 e il 1200, in un’epoca in cui il Sufismo era assai praticato e i problemi della metafisica erano oggetto di attiva speculazione. Per un certo tempo esercitò probabilmente la professione di farmacista (’Aṭṭar significa infatti «il venditore di droghe») e, per quanto si sappia ben poco della sua educazione, ebbe sicuramente una conoscenza profonda della musica, dell’astronomia, della medicina e delle teorie delle scuole dell’epoca. Tra le numerose opere che gli vengono attribuite, Il verbo degli uccelli, di cui è accertata l’autenticità, è la più celebre. Costruita secondo un’articolata struttura dialogica che rielabora epistole filosofiche di vari autori antichi (Avicenna, Al-Ghazali), l’opera, più che un poema narrativo in senso stretto, è un libro sapienziale dove l’allegoria del viaggio degli uccelli lascia trasparire e a volte emergere l’intento didascalico. I volatili, riuniti in convegno, scelgono come re il favoloso uccello Simurgh (trasparente simbolo della divinità) e decidono di raggiungere la sua corte. Finalmente partono, ma solo trenta su centomila riescono ad arrivare a destinazione dopo aver attraversato le sette valli lungo cui si snoda la mistica via, una rappresentazione simbolica degli stadi attraverso cui l’anima, con costante progressione, attinge la perfezione divina. Simurgh (il «Trenta uccelli») è in realtà lo specchio di quegli eletti che giungono alla sua corte: l’esplorazione attariana del «mare dell’anima» si compie dunque nella scoperta della sua totale identità con il mare divino. E, come a ribadire l’intenzione didascalica dell’opera, nell’epilogo il poeta esorta i lettori a rileggere più volte i suoi versi, perché «i figli dell’illusione sono naufragati nella musica dei miei versi, ma i figli della realtà hanno saputo penetrare nei miei segreti più intimi».
Teoria della natura
Johann Wolfgang Goethe
Libro: Libro in brossura
editore: SE
anno edizione: 2023
pagine: 240
“L’uomo che ha visto schiudersi dinnanzi a sé le porte della vita – Wolfgang Goethe – e ha fatto scostare dinnanzi al suo incedere uomini e cose, è stato infine fermato, nell’autunno della sua esistenza trionfante, da solide barriere. La parte più seria del suo operare, l’indagine della natura, è stata per lui – come vuole la giustizia della vita – la più avara di successo. Uno dei grandi organismi della storia umana, la scienza moderna, aveva preso un’altra direzione, e il suo corpo era ormai troppo poderoso per poter essere sovvertita da un grande individuo. Per Goethe la natura è vivente e divina, per la scienza moderna è morta, o comunque inferiore all’uomo: qui sta la frattura. Nei due casi si guarda ai fenomeni con occhio diverso. Da un lato, l’oggetto cui ci si rivolge è res extensa, pura quantità, o comunque una selvaggina da catturare, uno strumento da forgiare secondo l’utilità dell’uomo, da interpretare secondo un finalismo terreno, un problema per l’intelletto, una catena di cause ed effetti; dall’altro, la natura è – spinozianamente – la divinità, l’oggetto limitato contiene, alla maniera rinascimentale, l’infinito, e ogni cosa è, come già pensavano i greci, un’individualità essenziale.” (Dallo scritto di Giorgio Colli)
La ruota dentata e altri racconti
Ryunosuke Akutagawa
Libro: Libro in brossura
editore: SE
anno edizione: 2022
pagine: 176
Ryūnosuke Akutagawa, contemporaneo di Kafka, profondo conoscitore della letteratura occidentale, soprattutto di quella inglese e di Swift, viene considerato il primo scrittore giapponese moderno. Akutagawa è autore di una vasta produzione di racconti, «splendidi classici della letteratura giapponese», come ebbe a scrivere Yukio Mishima, caratterizzati da una lucida vena satirica e grottesca, che diviene tragica soprattutto negli ultimi anni della sua breve vita: si suicidò infatti a trentacinque anni. Il rifiuto dello spirito moderno che si andava affermando in Giappone, la decadenza dei valori della tradizione, la contraddizione lacerante tra la bellezza della natura e la miseria dell’esistenza umana, sono la morsa tragica nella quale Akutagawa e i suoi personaggi si trovano stretti, senza via di uscita se non nel sacrificio di se stessi. «Ora vivo in un mondo di nervi malati, trasparenti come ghiaccio» scrive Akutagawa nel suo testamento, Memorandum per un vecchio amico, pochi giorni prima di morire. «Se potessimo avventurarci naturalmente nel sonno eterno potremmo raggiungere la pace, se non la felicità. Ma non sono certo di riuscire un giorno ad avere il coraggio di suicidarmi. So soltanto che la natura non mi è mai apparsa così bella. Riderai di questa contraddizione tra bellezza della natura e desiderio di morte. Ma la natura mi appare così splendida proprio perché sono gli ultimi sguardi che le rivolgo». Con uno scritto di Yukio Mishima e una testimonianza di Yasunari Kawabata.
Vita di una donna licenziosa
Ihara Saikaku
Libro: Libro in brossura
editore: SE
anno edizione: 2022
pagine: 208
«“Una bella donna è un’ascia che tronca la vita” dicevano gli antichi. È naturale che prima o poi il corpo sfiorisca e diventi secco come legna da ardere. Molti sono però gli stolti che si lasciano travolgere dal turbine delle passioni e si consumano anzitempo fino a morirne. Questa specie di uomini, purtroppo, è dura a estinguersi». Così inizia Vita di una donna licenziosa, uno dei più celebrati romanzi galanti (i kōshokubon) di Ihara Saikaku (1642-1693). «In questo testo kōshoku indica erotismo e sensualità,» scrive Ivan Morris «del tutto privi degli aspetti romantici o sentimentali dell’amore. Il libro descrive infatti la progressiva degradazione della protagonista nella sua ricerca del piacere sessuale e per vivere dal punto di vista economico come donna sola nella dura società feudale del suo tempo. Oltre a una natura altamente erotica, l’eroina è dotata di notevole bellezza fisica, e il suo ambiente naturale è rappresentato dai quartieri di piacere, all’interno dei quali si svolge la maggior parte della vicenda. La vita della cortigiana è descritta con perfetto realismo, e si rivela come un’esistenza dura, spietata, dominata dalla ricerca del denaro, in cui il desiderio sensuale raramente lascia il posto alla tenerezza. Quando, con l’avanzare dell’età, la bellezza comincia a sfiorire, la protagonista sprofonda nelle zone più sordide del commercio sessuale, per diventare alla fine una comune prostituta di strada. In questo romanzo Saikaku evoca dunque l’aspetto oscuro e nefasto del kōshoku». E il finale del romanzo è implicito nel suo inizio, essendo la stessa eroina, ormai vecchia e isolata dal mondo, a narrare la sua storia straordinaria, con indomita e non spenta passione, ai due giovani recatisi nel suo romitaggio per apprendere le arti dell’amore. E così si congeda da loro: «Sono una donna sola, perché dovrei nascondervi qualcosa? Questo mio corpo durerà il tempo sufficiente perché il loto del mio cuore si schiuda e appassisca. Mi sono abbandonata alla corrente, ma il mio cuore non ne è stato intorbidato».
Il lamento della pace
Erasmo da Rotterdam
Libro: Libro in brossura
editore: SE
anno edizione: 2022
pagine: 128
«Ogni volta che le Sacre Scritture designano la felicità perfetta, lo fanno col nome della pace. Isaia ad esempio dice: “Il mio popolo dimorerà nello splendore della pace”. E altri: “La pace sopra Israele”. Isaia ancora parla con ammirazione di “coloro che annunciano la pace, annunciano il bene”. Chiunque annuncia Cristo, annuncia la pace; chiunque predica la guerra, predica chi è più diverso da Cristo. Suvvia dimmi, cosa spinse il Figlio di Dio a scendere in terra, se non la riconciliazione del mondo col Padre, la fusione degli uomini fra loro mediante l’amore reciproco e indissolubile, e infine l’instaurazione della sua stessa amicizia con l’uomo? Era stato inviato dunque come mio ambasciatore, sosteneva la mia causa. […] Medita fin d’ora su tutto ciò, o guerriero: se si è contaminati da guerre intraprese e condotte per ordine divino, quale non sarà l’effetto di quelle ispirate dall’ambizione, dalla collera, da una furia cieca? Se un pio sovrano fu macchiato dallo spargimento di sangue infedele, quale non sarà l’effetto di un così copioso spargimento di sangue cristiano?».
L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica e altri scritti
Walter Benjamin
Libro: Libro in brossura
editore: SE
anno edizione: 2022
pagine: 144
"'L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica', lungi dall'esaurirsi in una filosofia della crisi, sembra configurarsi come una filosofia dell'avvenire, come un gesto inaugurale che, mettendo dietro di sé un'epoca del mondo, si lancia, con entusiasmo, verso 'l'inconnu' di una rivoluzione tecnologica le cui frontiere restano non facilmente determinabili, ma i cui effetti vanno ben oltre l'analisi delle cause della crisi delle vicende economico-politico-sociali del tempo. Probabilmente, questo testo di Benjamin è quello in cui più apertamente l'angelo della storia che, secondo l'immagine benjaminiana, ha normalmente lo sguardo rivolto verso il passato, gira i propri occhi spalancati verso il futuro, lasciando per un istante l'insieme di macerie a cui il progresso è ridotto se guardato retrospettivamente, per aprirsi invece a una visione abbagliante dell'avvenire, non solo di ciò che è accaduto e sta ancora avvenendo sotto i nostri occhi estraniati, ma anche di ciò che deve ancora manifestarsi del tutto, essendo celato dietro l'orizzonte che si approssima." (Dallo scritto di Federico Ferrari)
L'ombra e la grazia
Simone Weil
Libro: Libro in brossura
editore: SE
anno edizione: 2021
pagine: 208
«Caro amico, sembra proprio che sia giunto il momento di dirsi addio. Non sarà facile per me avere spesso sue notizie. Spero che il destino risparmierà questa casa di Saint-Marcel dove vivono tre esseri che si amano. È qualcosa di così prezioso. L’esistenza umana è così fragile e così esposta che non posso amare senza tremare. Non ho ancora potuto rassegnarmi a che tutti gli esseri umani oltre a me non siano completamente preservati da ogni possibilità di sciagura. E questa è una grave mancanza al dovere di sottomissione alla volontà di Dio. Lei mi dice che nei miei quaderni ha trovato, oltre a cose che aveva pensato, altre che non aveva pensato, ma che si era atteso; dunque le appartengono, e spero che dopo aver subìto in lei una trasmutazione, esse riemergano un giorno in una delle sue opere. Perché è certamente ben preferibile per un’idea unire la propria fortuna alla sua che non alla mia. Sento che la mia quaggiù non sarà mai buona (non è che io ritenga che sarebbe migliore altrove: non lo posso credere). Non sono qualcuno con cui sia un bene unire la propria sorte. Gli esseri umani l’hanno sempre più o meno presagito; ma, non so per quale mistero, le idee sembrano avere meno discernimento. Non auguro niente di più a quelle che mi sono venute incontro che un buon consolidamento, e sarei molto felice che trovassero ospitalità sotto la sua penna cambiando forma in modo da riflettere la sua immagine. Questo diminuirebbe un po’ per me il senso di responsabilità, e il peso schiacciante del pensiero che io sia incapace, a causa delle mie diverse tare, di servire la verità così come mi appare, quando si degna, come mi sembra, di lasciarsi talvolta percepire da me, con un inconcepibile eccesso di misericordia. Prenderà tutto questo, penso, con la stessa semplicità con cui glielo dico. Per chi ama la verità, nell’operazione di scrivere, la mano che tiene la penna e il corpo e l’anima che vi sono uniti, con tutto il loro involucro sociale, sono cose di infinitesimale importanza. Piccolezze di infinitesimo ordine. È per lo meno l’importanza che io attribuisco, riguardo a quest’operazione, non soltanto alla mia persona, ma anche alla sua e a quella di tutti gli scrittori che stimo. La persona di coloro che in misura maggiore o minore disprezzo conta per me solo in questo ambito. Non so se le ho detto, a proposito di questi quaderni, che può leggerne i passi che vorrà a chi vorrà, ma che non bisogna lasciarne nessuno nelle mani di qualcuno... Se per tre o quattro anni non sentirà parlare di me, se ne consideri interamente proprietario. Le dico tutto questo per partire con lo spirito più libero. Mi dispiace soltanto di non aver potuto confidarle tutto quello che porto ancora in me e che non è sviluppato. Ma fortunatamente quello che è in me, o è senza valore, oppure risiede fuori di me, sotto una forma perfetta, in un luogo puro dove non può subire alcun attacco e da dove può sempre ridiscendere. Pertanto, nulla di quanto mi concerne può essere di una qualche importanza. Mi piace anche pensare che, dopo il leggero choc della separazione, qualunque cosa mi possa accadere, lei non proverà mai alcun dispiacere per questo, e se talvolta le accadrà di pensare a me sarà come a un libro che si è letto nell’infanzia. Non vorrei avere mai altro spazio nel cuore di nessuno degli esseri che amo, per essere sicura di non recare loro mai alcuna pena. Non dimenticherò la generosità che l’ha spinta a dirmi e a scrivermi alcune di quelle parole che riscaldano, anche quando, come nel mio caso, non è possibile credervi. Ma sono comunque un sostegno. Troppo forse. Non so se potremo per molto tempo ancora darci reciproche notizie. Ma occorre pensare che questo non ha alcuna importanza». (Lettera di Simone Weil a Gustave Thibon, 1942). Con uno scritto di Gustave Thibon e una nota di Massimo Raffaeli.
Manifesto per l'eliminazione dei maschi
Valerie Solanas
Libro: Libro in brossura
editore: SE
anno edizione: 2021
pagine: 80
«In questa società la vita, nel migliore dei casi, è una noia sconfinata e nulla riguarda le donne: dunque, alle donne responsabili, civilmente impegnate e in cerca di emozioni sconvolgenti, non resta che rovesciare il governo, eliminare il sistema monetario, istituire l’automazione globale e distruggere il sesso maschile. […] Il maschio è intrappolato in una zona d’ombra a metà strada tra l’essere umano e la scimmia; ma sta molto peggio delle scimmie perché, al contrario di esse, dispone di una vasta gamma di sentimenti negativi: odio, gelosia, disprezzo, disgusto, sensi di colpa, vergogna, insicurezza e, come se non bastasse, è consapevole di ciò che è e di ciò che non è. […] Gli uomini irragionevoli, malati, che tentano di difendersi dalla loro ignominia, alla vista di SCUM che gli rotola addosso si aggrapperanno terrorizzati alla Grande Mamma con le Grandi Tette di Gommapiuma, ma le Tette non li salveranno da SCUM; la Grande Mamma si aggrapperà al Grande Papà, che se ne starà rintanato in un angolo a cacarsi sotto nelle sue brache da Superman. Gli uomini ragionevoli, invece, non scalceranno, non lotteranno, non solleveranno penose proteste, ma se ne staranno seduti col cuore in pace, rilassati, e si godranno lo spettacolo abbandonandosi alla deriva verso la loro fine».
La filosofia nel boudoir
François de Sade
Libro: Libro in brossura
editore: SE
anno edizione: 2021
pagine: 191
Roland Barthes ha fatto notare che si viaggia molto in certe opere di Sade: assolutamente statica è invece la scena nella Filosofia nel boudoir, dove il viaggio è respinto nell’antefatto. Il luogo impenetrabile della solitudine libertina, che è in tutte le opere di Sade, l’ambiente segreto del delitto e della trasgressione, non è qui la Fortezza, la Cella, il Sotterraneo, il Convento, l’Isola Inaccessibile, ma, con maggior concessione ad una scenografia settecentesca, il «delizioso boudoir» di Madame de Saint-Ange trasformato in aula per le lezioni del precettore Dolmancé, maestro di lussuria e di crimine. Due sono le costanti negli scritti di Sade che fanno l’autentica, provocatoria e mostruosa «coerenza» della sua opera: il principio di rovesciamento e il carattere «letterale» del suo procedere. Come nelle storie parallele di Juliette e Justine, anche nella Filosofia ci viene incontro il mondo alla rovescia di Sade: capovolti i valori educativi (la fanciulla Eugénie viene avviata al vizio, alla prostituzione e al crimine e rinuncia solennemente alla virtù e alla pietà), capovolto il Bene in Male, il Dolore in Piacere, capovolta la direzione degli impulsi naturali che ci muovono non alla Vita ma alla Morte, capovolta la morale finale con la Virtù punita e la Malvagità trionfante. Ma il rovesciamento è talmente radicale da trascinare con sé anche i principi formali di Ragionevolezza e Buon Gusto, di Limite e Misura; nel mondo a testa in giù della sua opera, Sade «prende alla lettera» quello che dice: ecco allora il linguaggio smisurato, la lingua che non conosce gradazioni e sfumature, la ripetizione ossessiva, la scrittura insensibile di Sade. Mai come nei suoi testi la Parola è stata veramente e in ogni istante la Cosa.
Vita di un libertino
Ihara Saikaku
Libro: Libro in brossura
editore: SE
anno edizione: 2021
pagine: 248
“Vita di un libertino, il primo dei romanzi galanti (i kōshokubon) di Ihara Saikaku (1642-1693), si focalizza sulla galanteria, la dissolutezza e il mero godimento sessuale. Il libro è composto da cinquantaquattro episodi della vita amorosa del protagonista, Yonosuke, un elegante libertino seicentesco appartenente alla classe degli uomini di città. A ogni anno della sua vita è dedicato un episodio, a partire dall’età di sette anni, quando Yonosuke intraprende la sua carriera amorosa rivolgendo le sue precoci attenzioni a una domestica, fino ai sessant’anni, quando l’infaticabile eroe, dopo aver sperimentato l’amore di ogni tipo di donna in Giappone, parte alla volta di un’isola leggendaria, abitata soltanto da rappresentanti del gentil sesso. I cinquantaquattro episodi corrispondono numericamente ai cinquantaquattro libri del celebre romanzo dell’XI secolo, Genji monogatari, e lo stesso Yonosuke può essere considerato il contraltare borghese di «Genji, il principe splendente». L’atmosfera del testo è ottimista, fresca e vivace, e l’attenzione è quasi completamente rivolta agli aspetti piacevoli dell’amore. Si può affermare che Vita di un libertino rispecchi i romantici sogni a occhi aperti del medio rappresentante della classe dei chōnin (mercanti). Questo senza dubbio fu uno dei motivi della sua immensa popolarità presso i contemporanei.” (Dallo scritto di Ivan Morris)

